Natale per la prima volta

Per la prima volta, dopo quindici anni, trascorro il Natale con i miei genitori, a casa. Una convalescenza forzata ha stravolto la vita ordinaria. Nella prima fase della vita religiosa ogni cosa risultava strana e nuova. L’austerità del Natale e la semplicità della Pasqua, ad esempio. Solennità incentrate sulla spiritualità, di “materiale” nemmeno l’ombra. In comunità ci si abitua a un modo diverso di fare festa, senza perdersi nelle celebrazioni e nei riti che segnano la ricorrenza natalizia in tante famiglie italiane. Niente cenone, nessun regalo sotto l’abero, niente capodanno con i soliti botti. Non dimentico il San Silvestro del 1999… da solo in sala tv a brindare il terzo millenio che cominciava, mentre i fratacchioni tutti a nanna, dopo le nove e mezza di sera. Ma va bene così.
In qualche modo, i miei genitori sono frati anche loro per la sobrietà che mostrano nel prepararsi al Natale. Nessuno sfarzo, sono due pensionati artigiani e operai. Le mie preoccupazioni di vivere un Natale poco conventuale sono svanite nel nulla quando ho visto mia madre decorare gli ambienti con garbo, senza esagerare. Casa è un’oasi felice.
L’architettura interna mi ricorda un convento. Un lungo corridoio, stanze a destra e a sinistra, ad ognuno il suo spazio. E’ vero: manca una cappella, i banchi scomodi di legno dove sedersi e pregare davanti all’Eucarestia. Non c’è un refettorio grande, cui ormai ero abituato. Mangio in una normale cucina, una tv accesa durante il pranzo (da noi è fuori legge), un camino acceso. Non ci sono le abitudini che scandiscono la giornata in comunità, il silenzio con i nipoti in giro non abita qui. Tutto il resto sembra “conventuale”, antico e bello. Anche quel freddo pungente che m’avvolge al mattino quando tiro fuori il naso dalla stanza da letto.
Allora non è vero che il Natale è così diverso nelle famiglie. La preghiera viene vissuta ma in maniera diversa. Nella malattia capisci che conta tenere stretta la mano di Dio, anche quando - terrorizzato - non hai nulla da dire a Lui. Sembra di praticare l’ateismo quando non apro il libro delle preghiere, dimenticato sul comodino, mentre divento maniacale nel curarmi ogni giorno, rispettando la tabella dei medici, come se fosse il nuovo orario conventuale che organizza e mette ordine nella tua vita.
Beh… un pò di deserto spirituale non fa male a nessuno, tantomeno a me. E’ pur vero che, nell’ora della prova, è inutile caricare il rapporto con Cristo di parole inutili e di gesti eclatanti.
Per fortuna ci sono i genitori. Buoni e miti, in chiesa vanno poco perché l’edificio è lontano chilometricamente. Mostrano lo stesso integrità morale, onestà e amore verso tutti, virtù che hanno radici in Gesù. E questo basta per prepararmi a un Natale semplice, sobrio e spirituale. Dopo 15 anni mi siederò a tavola per il cenone della vigilia (una tradizione delle mie parti). Farò in tempo a mangiare solo un primo piatto. Dovrò correre in chiesa per dare un aiuto al mio parroco e celebrare in una delle tante comunità a lui affidate. In fondo, sono sacerdote e per sempre.
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Che carino…
Silvio
20 dicembre 2009
Eh già…
Max Granieri
21 dicembre 2009