Cat Power

Se non vi è mai capitato di invaghirvi di Chan Marshall, mettete in conto che questa potrebbe essere la volta buona. Basterà l’iniziale title-track, superba e maestosa come uno standard centenario (ma proprio tipo “Moon River” o “Bianco Natale”), a farvi inginocchiare ai suoi piedi: la vorrete ascoltare tutto il giorno, e la notte vi tornerà ancora in sogno. Poi, vi toccherà prepararvi a una relazione schizofrenica, con scenate impossibili seguite dall’impagabile tenerezza del ritrovarsi, come un’attrazione fatale in cui si finisce sempre per arrendersi agli occhi di questa signorina stronza e testarda, e dolce e profonda come poche altre creature partorite dalla musica nell’ultimo decennio. Non si poteva sperare in un’occasione più bella di “The Greatest” per far pace con Chan, dopo anni di sbattimenti, ripicche e coltellate alle spalle. Fuori da questa nuova dozzina di canzoni lei potrà ricominciare a spezzarci il cuore con le sue lune storte, ma dentro è un’artista meravigliosa e pura, e mai come adesso disposta a darsi.
Chi l’aveva fin qui respinta, trovandola eccessivamente scontrosa e svogliata, dopo aver sentito questo disco sentirà il bisogno di andare in chiesa a pregare il perdono. Non sarà un cambiamento definitivo, forse, ma la virata è decisa e fausta, e la differenza salta all’occhio. E anche la differenza nella differenza. Si consideri, a paragone, la vicenda di Liz Phair, la quale si disse stufa del rock alternativo e non trovò altro modo di reagirvi che votarsi al mainstream più tronfio e artificiosamente teen. Chan Marshall ha ugualmente alzato il dito medio contro gli ultrà dell’indie, peraltro senza annunciazioni da primadonna, ma ha scelto di andarsene per una strada tutta sua, per i campi assolati e pacifici di una musicalità classica, saltellandoci sopra con una levità e un senso storico che – ancora “perdono” – non ci era spontaneo riconoscerle. Dalle grigie strade artistiche di New York ha dunque preso un treno e s’è diretta a Memphis, alla fonte del suono con cui è cresciuta, per stringere la mano a gente che davvero rispetta e da cui non si sente giudicata. Con l’appassionato aiuto di Mabon “Teenie” Hodges, fedele chitarrista di Al Green e autentica gloria del Southern Soul (con il fratello Leroy, anch’egli presente, ha costituito la più classica sezione ritmica della Hi Records; il batterista Steve Potts e il bassista David Smith completano la veterana e prestigiosissima backing band qui in azione), Cat Power si è levata il trucco e si è vista al naturale, e al riparo. L’ambiente e l’umore giusti per fare un disco divertito, rilassato e colorato, benché sotto sotto mosso dalla consueta poetica dolorante e spesso perfida, infestata da malevole visioni di abbandono, tradimento e morte, ma fortunatamente percorsa da un filo di beffarda e cinica ironia.
La musica è calda e limpida, talvolta persino spumeggiante, suonata da dio e leggibile al primo ascolto. Merito delle ritmiche rotonde e scorrevoli e della fantastica parsimonia con cui sono risolte le partiture di archi, pedal steel, organi e fiati. Nessuno qua disdegna la nota “sbagliata”, quella che ferisce la carne, ma sentire un tale ordito di note “giuste” è un piacere sottile e fragrante che fa bene alla pelle. “The Greatest” non rincorre le mode e non indica vie future, ma non per questo risulta nostalgicamente passatista. È, piuttosto, racchiuso in una bolla temporale, con le finestre dell’Ardent Studio ben isolate dai disturbi esterni. Solo in tal modo la voce piumata poteva cogliere la brezza del soul (“Could We”, “The Moon”, “Living Proof”, “Willie” e soprattutto “Love And Communication”, che è come avremmo sperato che suonasse il Neil Young di “Are You Passionate?” ma non è stato), della pop-ballad (“Lived In Bars”, “Where Is My Love”), del country (“Islands”, “Empty Shell”) e del blues (“After It All”, “Hate”) e interpretarla con il decoro e la compostezza di un crooner d’altri tempi. Non possiamo sapere se resterà solo un’estemporanea incursione nelle memorie “vintage”, ma qui e ora “The Greatest” è un rapimento a cui è impossibile sottrarsi.
Fonte: Il Mucchio | Scritto da Gianluca Testani | Recensione tratta dal Mucchio n.618
Link utile: Il chiaroscuro di Cat Power
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