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Depeche Mode

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“Sounds of the universe” arriva a quasi 4 anni di distanza da “Playing the angel”. Non è un disco magniloquente come il titolo – humour inglese escluso – lascia supporre. E non è neanche un disco innovativo, come certe cose degli anni ’80 o dei primi anni ’90. Però è un signor disco di una band che sa gestire se stessa alla perfezione, sia dal punto di vista della chimica sonora, che di quella interna, che di quella industriale. Partiamo da quest’ultima: “Sounds” esce ancora per la Mute/EMI, nonostante la band avesse esaurito il contratto. Avrebbero avuto il mondo ai loro piedi, ma hanno scelto di percorrere la via tradizionale: un contratto discografico, anche se per un disco solo, con la “vecchia” discografia. Non saranno gli unici a fare questa scelta, vedrete, nonostante di questi tempi possa già sembrare obsoleta. Le vecchie major sono le uniche strutture in grado di permettere a band di questo calibro di arrivare ovunque, oltre le nicchie in cui si muovono i gruppi che ora si autodistribuiscono attraverso il digitale.

Quanto alla chimica umana, i Depeche Mode la ridefiniscono continuamente, ma la loro produttività si basa sulle tensioni interne tra Gahan e Gore, con Fletcher a fare da punto di equilibrio. Una chimica perfettamente rispettata anche qua, con Gahan che firma tre canzoni (la migliore è “Miles away”), ma mette la sua impronta vocale ovunque.

Certo, la chiavi della macchina Depeche Mode sono in mano a Martin Gore, che gestisce la chimica sonora. Ed è qui che “Sounds of the universe” si rivela in tutta la sua bellezza. Non sarà un capolavoro, non sarà innovativo, dicevamo; ma pochi gruppi sanno costruire un impasto sonoro “universale” come i Depeche, unendo rock, elettronica e suoni moderno. Le cronache dicono che “Sounds” è un disco più vintage, gli ascolti confermano e rivelano che è un disco “suonato”, con molta chitarra (bellissimo il finale di “Little soul”, o l’attacco di “Come back”, nonché il riff alla base di “Miles away”). Il vintage a cui si riferiva Gore è più da ricercarsi nell’uso di sintetizzatori retrò, come nell’attacco di “Fragile tension”.

Insomma, un gran bel disco, fatto di belle canzoni ma soprattutto di un suono unico: come già si disse ai tempi di “Playing the angel”, l’ennesima lezione di stile da parte di una grande band. Diffidare dalle imitazioni.

[recensione di Gianni Sibilla, pubblicata il 14 aprile 2009 su Rockol.it]

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