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Il folk calabrese punzecchia i missionari

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senteri

Una sera di luglio e la voglia d’uscire per rendere meno insopportabile il caldo estivo. Un confratello mi propone di andare presso l’Università della Calabria, ad Arcavacata di Rende (Cs) e lì assistere ad una mostra cinematografica. In programma, un film degli anni ’20: “Sciopero”.  La pellicola è accompagnata da una colonna sonora eseguita in presa diretta da una jazz band, nascosta dietro lo schermo. Originale. Ma il caldo e la mancanza d’aria condizionata ci spingono verso il dipartimento di Matematica.

Incontriamo un felice caos: ragazzi avvinghiati a fiaschi di vino (quantità minima 5 lt. cadauno!) e allegri nel suonare strumenti che ricordavo imbracciati dagli anziani nel quartiere del mio paesino, intorno a dei falò natalizi, una tradizione sociale e religiosa ora scomparsa.

Un palco pronto per un concerto, giovani ovunque e una bancarella con dei cds in vendita al pubblico. Ne compro uno dal titolo “Sentéri”, inciso da un gruppo calabrese d’estrazione folk, i Marasà. Il set di brani si conclude con un brano “La Santa Missioni”. Leggo nelle note interne all’album che è un canto degli anni ’40 scritto da un certo Totò Verdiglione “dietro dettatura di Antonio Corea”. Un canto popolare divertente, ben eseguito (niente male l’intero disco). Sono un missionario e ascolto incuriosito la narrazione riguardo un gruppo di  sacerdoti, a Badolato (Catanzaro) per una missione al popolo. La loro attività si rivela presto poco evangelizzatrice.

Nel testo, si evidenzia un clero poco incline ai poveri e agli zoppi, occupato invece a redimere i peccati dei ricchi potenti, i signorotti calabresi che lucrano facilmente le indulgenze divine con la complicità degli stessi missionari. Sacerdoti che hanno dimenticato le cose spirituali, per perdersi nei vizi che segnano la vita balorda del popolo.

Oltre alla solita “lotta di classe”, il canto palesa come l’ignoranza religiosa dei cristiani (veri o presunti) annulli l’efficacia del sacramento della Riconciliazione. C’è chi frequenta il confessionale solo per lavarsi la coscienza, per poi peccare ancora. E chi non pensa affatto di accusare le proprie colpe, pur provandone dolore. Tanto peccherà ancora.

“Anche io ho i mei peccati li dichiaro e non li nego / ma non vado a confessarmi perché poi farò di peggio”.

La strofa conferma la mancanza di fede nel Perdono e l’incapacità di lasciarsi rinnovare interiormente dal Vangelo. Peccato.

Ho creato un video de “La Santa Missioni”, con la traduzione in italiano del testo.

Enjoy… anzi, scritto in calabrese: scialatevi!

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