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The Hold Steady: il salario del peccato

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“Noi siamo i nostri soli salvatori” canta Craig Finn in “Constructive Summer”, l’apertura scatenata di Stay Positive, il quarto album della sua band The Hold Steady. Ci trasmette le sue parole con padronanza, sicurezza e sobrietà, dando loro tutta la forza di un grido di battaglia, o almeno di un grande concerto rock in cui cantare in coro. Ma per gli ascoltatori cristiani, il testo è difficile da interpretare. Si può tentare di farlo in un modo non-spirituale, in un modo meno problematico. Naturalmente, stiamo parlando del gruppo il cui secondo album, Separation Sunday, era un concept album che parlava di una ragazza di nome Hallelujah, inviluppata nella droga e con un drammatico incontro con Cristo, culminato in una coda gloriosa, celebrativa, che è il senso della resurrezione. Sebbene anticonformista, si tratta di un gruppo che ovviamente affronta le questioni spirituali seriamente.

C’è molto di più in Stay Positive che il verso auto-idolatrante della canzone di apertura. Nel corso dei quattro album, gli Hold Steady ha dato prova di essere un gruppo che vuole analizzare le dure verità  della società americana e andare dove pochi altri vanno. Il loro ultimo disco è probabilmente quello finora con il set di canzoni più spiritualmente complicate e sofisticate. Certo, il loro sound è heavy come gli inni rumorosi da bar e bicordi, ma così come rendono torbide le acque musicali con dei numeri acustici e sottile sperimentazione, allo stesso modo penetrano i loro testi con una spinosa esplorazione filosofica e teologica.

Potreste non coglierlo al primo ascolto perché, beh, la maggior parte delle loro canzoni parla di droga e alcool. Ma non sono inni di persone presuntuose o celebrazioni di comportamenti scorretti. No, si tratta di canzoni sul “salario del peccato” e sulle conseguenze di una vita sconsiderata. E questo non è mai stato più vero che in Stay Positive, in cui le parti diventano più cruenti che mai e le persone cominciano a farsi male. “Accidenti abbiamo delle notti massicce” (“Man we has some massive nights” – scorretto grammaticalmente, ma immagino di proposito), Finn rievoca in “Joke About Jamaica”. Ma i suoi ricordi diventano subito più scuri…

Sembra serio? Lo è, e gli Hold Steady lo sanno. Dopo tutto, i membri del gruppo sono tutti sopra i trenta adesso, e hanno suonato nei bar e nei pub abbastanza a lungo per conoscere i tipi di comportamenti devastanti e auto-distruttivi che vi si incontrano. Questo non è un disco che semplicemente racconta i cattivi comportamenti; esso ne accetta le responsabilità. Più di qualunque altra cosa, è un album sul diventare grandi. Man mano che l’ombra della mortalità si profila oltre le notti selvagge e le grandi feste, Finn e i suoi compagni si ritrovano ad affrontare – davanti ai nostri occhi – cosa significa diventare adulti.

“Perché i ragazzi agli spettacoli avranno figli anche loro” dice ridendo Finn nella title track. È un pensiero che culmina in chiusura dell’album, “Slapped Actress”, quando considera il fatto che molti dei suoi fan si rivolgono a lui per avere risposte e vanno ai concerti per provare un senso di conforto e di comunità – manifestando pensieri che portano Finn a impegnarsi solennemente, che “le sue mani saranno ferme” mentre si da’ da fare per accettare le responsabilità del suo ruolo di profeta rock e frontman.

Ma, naturalmente, la responsabilità è dura, e a volte arriva fino a sotto la pelle di Finn. In “Lord, I’m Discouraged”, la canzone blues di grande effetto alla metà dell’album, Finn riflette sulla violenza e sulla perdita che lo circondano. Riconosce che “non è un angelo” lui stesso, e quindi si rivolge a Dio con la sua supplica:

Signore, mi dispiace interrogare la tua sapienza

Ma la mia fede stava vacillando

Mi dai un segno?

Mi fai sapere che stai ascoltando?

È un momento umile, sincero – e allora come si concilia con quel verso della prima canzone? Finn qui sta cercando la sua anima, non conosce le risposte alle grandi domande che lui stesso pone nei testi. Il suo ruolo come persona pubblica lo ha portato a valutare la sua vita e il mondo circostante in modi che non sempre sembrano confortanti. E a volte, queste domande lo portano a conclusioni sbagliate (come nella canzone d’apertura dell’album). Altrove, tuttavia, lo conduce a una fede sorprendente:

“Ero scettico all’inizio ma questi miracoli funzionano” canta in “Yeah Sapphire” e la sua gioia è contagiosa.

Purtroppo, non pare essere quello il sentimento che prevale in “Stay Positive.” La canzone finale Slapped Actress ripete essenzialmente ciò che canta la canzone di apertura “Constructive Summer”. Questa volta, il testo presenta una metafora che paragona la vita a un film di cui noi siamo i registi. “Sì, facciamo i nostri film”, dice nel finale del brano e, naturalmente, ciò non può essere accettato dagli ascoltatori cristiani. Ma l’arte non è essere d’accordo oppure no; è lottare con le grandi questioni e gli argomenti difficili, è ascoltare gli altri con un cuore aperto e uno spirito generoso.

Sicuramente non c’è molta sapienza da apprendere da Craig Finn; altri parolieri sono più bravi nel raccontare la tristezza e il dolore che viene da una vita egoista. Ma in Stay Positive, Finn lotta con la responsabilità in un modo genuino. E come al solito, c’è un dialogo con Dio che attraversa il tutto, e sembra indicare che mentre Finn non è un uomo che ha risolto tutto, è certamente un uomo di fede. Questo è una delle molte cose che rende gli Hold Steady una band essenziale – lavorano su questioni di fede non con cinismo o ironia anticonformista, ma con sincerità, a cuore aperto. Se questa non è una ragione per restare positivi!

[Copyright Christian Music Today | "Glimpses of God"- Josh Hurst | adattamento in italiano: Max Granieri]

Ascolta l’album “Stay Positive”

  • Grande Max…..come al solito stampo, conservo e archivio!!!

    Luca Miele

    8 giugno 2009

  • Il grande Luca: GRAZIE! :-) :-) :-)

    Max Granieri

    8 giugno 2009

  • Si grande Max!! Stay Positive è veramente un bel disco, lo ascolto spesso. La tua analisi è veramente approfondita e centrata, non so come fai… “You have a gift” come direbbe Robert DeNiro in “Un Boss sotto stress” :-)

    gian luca figus

    13 giugno 2009

  • [...] Leggi “The Hold Steady: il salario del peccato” [...]

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