La messa (beat) non è finita

Ha entrambi i piedi saldamente piantati negli anni 60 “Prendi la chitarra e prega”, primo disco (uscito su Hit Bit in solo vinile) dei capitolini Gli Illuminati, e più precisamente negli anni 60 delle cosiddette messe beat, di cui la formazione riprende brani e sonorità in maniera quanto mai convincente e vitale. Frutto di vero afflato musical-religioso o divertita operazione punk-situazionista? La risposta ce l’ha data Pierpaolo De Iulis, voce e “guida spirituale” della band.
Quando, come e, soprattutto, perché nascono gli Illuminati?
La storia degli Illuminati è un po’ complessa. Fino a poco fa suonavo in un gruppo punk, i Transex, con i quali ho realizzato due album e un 45 giri uscito postumo, perché nel frattempo ci siamo sciolti. L’evento fondamentale per l’inizio dell’avventura degli Illuminati è stato l’incontro con Tiziano Tarli, autore di un libro molto carino intitolato “Beat italiano” e dedicato per l’appunto al fenomeno della musica beat in Italia negli anni 60. Fra l’altro lui quando era un ragazzo abitava nel mio stesso palazzo ad Ascoli Piceno, io al primo piano e lui al quarto, quindi c’è anche un fattore territoriale che ci lega. Avendo in comune la passione per certe sonorità, abbiamo deciso di provare a fare musica insieme, ed è nata questa storia così bizzarra, che in qualche modo ripropone e attualizza le messe beat. Io sono un collezionista di dischi, ho una vasta raccolta di queste stranezze musicali che sono appunto le messe beat italiane, dalla primissima – quella del ‘66 – fino a quelle degli anni 70. Da un punto di vista personale abbiamo opinioni estremamente lontane da quelle che cantiamo, né abbiamo alcun legame con organizzazioni ecclesiali; siamo un gruppo assolutamente laico, e se dovessimo definirci saremmo schierati da tutt’altra parte. Troviamo divertente questa cosa; è debordante, spiazzante, perché la interpretiamo in modo molto verosimile, senza alcun intento parodistico. La facciamo così bene che, quando finiamo i concerti, c’è gente che viene da noi e vuole sapere da dove veniamo, chi siamo, se io sono davvero un religioso, dove possono venirci a vedere, se magari abbiamo una parrocchia di riferimento. Insomma, diamo un’impostazione estremamente seriosa al tutto; poi, certo, dipende anche dalle singole situazioni: per esempio, al “Festival Beat” di Salsomaggiore il pubblico aveva abbastanza chiaro chi fossimo realmente. Però, insomma, laddove possiamo cerchiamo di utilizzare queste tattiche di mimetismo un po’ situazionista, che rende la cosa ancora più divertente. Musicalmente la matrice è quella del beat; i brani sono essenzialmente cover di brani presenti sui dischi originali di queste messe beat, quindi di gruppi come il Clan Alleluia e i Barritas. Il disegno di questa operazione è di riuscire ad avere, in qualche modo, una doppia collocazione dal punto di vista di pubblico o di interesse: una strategia che ci porti ad essere recensiti e a suonare anche in ambiti cattolici. Abbiamo mandato il nostro materiale a “Famiglia Cristiana”, dove è stato recensito con tanto di intervista, e anche a dei festival americani di christian-rock, ricevendo risposte entusiastiche. Il punto, adesso, è quello di lavorare sulla verosimiglianza, al punto da calarci, come nel metodo Stanislavskij, nel ruolo della catto-band timorata di Dio.
Avete fatto un lavoro particolare anche sui suoni, sulla strumentazione, al momento di iniziare questo progetto?
Sì, suoniamo solo con una strumentazione vintage, quindi chitarre Vox e Rickenbacker, basso Hofner… Abbiamo una strumentazione assolutamente d’epoca, insomma. E lo stesso discorso vale anche per quanto riguarda le tecniche di registrazione. Musicalmente, il disegno è anche quello di cambiare progressivamente orientamento, spostandoci su un hard rock psichedelico progressivo con forse un cambio di denominazione, che dovrebbe diventare Il Volto di Giuda: una sorta di gruppo sullo stile dei primi Metamorfosi, di roccioso rock hard-progressivo, un po’ “Jesus freak”, delle specie di hippie devoti di Gesù, scalzi, con i capelli lunghi ed enormi crocifissi di legno al collo. Ora si tratta di vedere se riusciremo a portare avanti la cosa; però devo dire che ogni volta che suoniamo ci divertiamo talmente tanto, e la gente si diverte con noi, che alla fine diciamo “vabeh, continuiamo con questa storia” (ride, Ndr).
È interessante questa cosa dell’indurire un po’ i suoni perché l’impressione che avevo avuto ascoltando il disco è che comunque i brani originali fossero un pochino virati verso il garage, nella vostra interpretazione.
Sì, l’LP è fondamentalmente un disco di garage-beat con sonorità abbastanza rigorose, nei limiti delle possibilità di spesa. La bontà di un prodotto è maggiore quanto più si riesce a spendere per la registrazione; noi abbiamo fatto tutto piuttosto in economia, tirando fuori anche delle buone voci, delle buone armonie vocali, una parte quest’ultima che deve essere necessariamente curata se si fa un discorso di rock ‘devoto’, dove comunque il testo e le armonizzazioni vocali devono emergere forti. Da questo punto di vista credo abbiamo raggiunto un risultato discreto. Poi, vedremo nei prossimi mesi di cambiare un po’ il sound, per non esaurire in un solo momento questo viaggio all’interno del mondo cattolico musicale: i gruppi di quell’area seguirono un’evoluzione, c’erano band che suonavano con un’attitudine cristiana, ma suonavano appunto rock, hard rock, rock psichedelico. Penso ai Metamorfosi in Italia, ma anche in America vi furono diversi esempi in tal senso. Questa, insomma, è l’intenzione; anche perché, ripeto, si tratta di un’operazione fondamentalmente ludica, che non ha finalità al di fuori del divertimento, del piacere dell’esibizione e del compiacimento nel creare un’operazione verosimile al cento percento: fare un falso d’autore e farlo bene, essere contento perché la moneta che hai stampato è talmente ben fatta che neanche il banchiere più esperto potrebbe riconoscerla. Questo è un po’ il senso dell’operazione.
Il disco è uscito solamente su vinile; in un certo senso decidere di fare uscire un disco solo su vinile indica – anche solo indirettamente – il tipo di pubblico a cui vi rivolgete.
Sì, sicuramente. Io ho quarant’anni e da venticinque anni sono un collezionista, o meglio un ricercatore, per cui ho tonnellate di dischi e, di conseguenza, per me l’oggetto di affezione è quello, è il vinile. I CD, per quanto sia, sono oggetti abbastanza inconsistenti. Poi, diciamo, il pubblico che potenzialmente può comprare questo tipo di oggetti è quello che acquista ristampe su vinile, che è appassionato di un certo tipo di supporto. È chiaro che si tratta di un’operazione per pochi, però proprio per il fatto di volerla rendere il più possibile verosimile, il tipo di supporto è importante; farla in CD secondo me sarebbe stata una cosa un po’ poco attinente. Io tra l’altro ho un’etichetta discografica, la Rave Up Records, con cui ho stampato oltre cento dischi, tutti in vinile. Se avessi fatto questa cosa utilizzando come supporto il CD non so quanto avrei venduto, quanto sarei stato capace di avere un catalogo così ampio; avendo anche una distribuzione molto piccola penso avrei fatto molta più fatica a vendere CD che non vinili.
Voi avete anche la pagina MySpace. Chi vi ha contattato di più, fino adesso, che tipo di persona?
Guarda, direi che il cinquanta percento sono delle persone che ascoltano garage, beat e dintorni; poi ci sono vari ignari che arrivano incuriositi, ci lasciano complimenti, vengono da un altro tipo di contesto; infine c’è la componente più interessante, con la quale mi relaziono abitualmente, che è quella del rock cristiano,e dei veri devoti. Per cui, abbiamo I Raggi di Maria e altri gruppi che fanno rock cristiano, e anche corali. Nel nostro MySpace non c’è niente che lasci dedurre che si tratti un’operazione ambigua, per cui il pubblico e i musicisti cattolici ci contattano, arrivano a noi, e credono che siamo parte della stessa famiglia, della stessa “parrocchia” appunto.
Fra l’altro ho visto che il primo amico della vostra pagina MySpace è Pierluigi Giombini, il figlio del maestro Marcello Giombini, il compositore di gran parte delle prime messe beat.
Tempo fa avevo contattato Marcello Giombini perché volevo coinvolgerlo nell’operazione-Illuminati; poi, purtroppo, la sua morte ha impedito che la cosa si concretizzasse. Pierluigi, invece, lo ho conosciuto mentre stavo lavorando a un documentario sulla musica dance italiana degli anni 80 intitolato “Italo Disco”, perché è l’autore alcuni dei brani più importanti del periodo, tra cui “I Like Chopin” di Gazebo. Quando gli ho parlato degli Illuminati lui è stato contentissimo, perché è anche un modo per omaggiare il padre e il suo lavoro. Siamo rimasti in contatto costante, e forse scriverà dei pezzi di messa beat per noi.
La Prima si parlava della tua etichetta. Come stanno andando le cose?
(Grosse risate, Ndr) Chiaramente, è solo uno dei lavori che faccio, non potrebbe essere l’unico, dato che la situazione è abbastanza di vacche magre. Il mio problema è che, trattando di gruppi minori americani degli anni 70 e dei primi anni 80 (quindi punk, power-pop, glam e cose simili) mi rivolgo principalmente al mercato statunitense; l’ottanta percento dei dischi che stampo lo vendo in America, il dieci percento in Giappone e il resto in Europa. Purtroppo, adesso, con il tracollo del dollaro sull’euro, la situazione è abbastanza grigia. Personalmente, fino all’entrata dell’euro non avevo avuto nessun problema, anzi andava tutto molto bene: gli americani compravano i miei dischi con il sorriso sulle labbra perché la lira era quello che era. Ora invece devi vendere sottocosto, anche perché le spese di produzione dei dischi sono altissime, specie se si preferisce il vinile al CD. Per fortuna, nonostante tutto, gli ambiti di nicchia sono in qualche modo tutelati. La Rave Up è una “one-man-label”: faccio tutto io, dalla grafica ai pacchetti, quindi in qualche modo riesco comunque a mandare avanti la baracca.
Fonte: Il Mucchio.it
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