Tracce di Dio

2 settembre 2009 Nessun Commento 487 letture Stampa

Woody GuthrieUn gruppo rock emergente, una cantautrice nera che sposa le scarne sonorità folk alla corposità del soul, una voce storica di quella che viene comunemente chiamata la controcultura Usa. The Hold Steady, Tracy Chapman, Joan Baez. Cosa hanno in comune questi «nomi» della canzone nordamericana? Tutti e tre, negli ultimi mesi, hanno inciso canzoni che hanno per protagonista o alludono alla figura di Cristo. The Hold Steady cantano di due croci (Both crosses), la Chapman parla «dell’uomo emerso per indicare ciò che è giusto nel mondo» (The first person on earth), la Baez stende una delicata lode a Maria, la madre di Cristo (Mary). Si tratta solo di una coincidenza o siamo dinanzi a qualcosa di più profondo o addirittura di «fondativo»? Il continuo irrompere della figura di Cristo è in realtà una «cifra» della canzone Usa. Essa affonda le sue radici nei canti spiritual, si afferma con prepotenza nella stagione dei grandi autori, torna di continuo nelle nuove voci. Pur nella diversità dei generi e dei momenti storici è possibile così cogliere una continuità che stringe queste presenze in un’unica trama. Se l’origine è negli spiritual – i canti degli afroamericani che hanno «fissato» un intero patrimonio, poi tramandatosi alla stagione folk e rock -, qual è il loro «fondo» comune? Esso è rintracciabile nel continuo rifarsi al testo biblico, la vera matrice del canto afroamericano come ha messo in evidenza la studiosa Allen Dwight Callahan: «La Bibbia degli schiavi divenne musicale, la musica degli schiavi divenne biblica».

Proprio per l’impronta indelebile lasciata sull’intera storia della canzone Usa, è necessario cercare di afferrare il significato dispiegato negli spiritual. Siamo su un terreno non solo «estetico»: gli schiavi non cantavano nel tempo libero, ma esprimevano nel canto la loro identità così dolorosamente aggredita dal sistema schiavista. Con gli spiritual il nero acquisisce una certezza: quella di essere figlio di Dio. Sentire questa certezza significa rovesciare un presente di mortificazione e sofferenza nella luce di una liberazione che avviene con Cristo. Così recitano alcuni canti tradizionali: «Ho iniziato a fare del paradiso la mia casa». «Sto camminando lungo la strada che conduce al paradiso/ continuerò a lottare fino alla fine». Come ha scritto il teologo James H. Cone, «essere figli di Dio significa che il futuro di Dio fa irruzione nel presente storico degli schiavi ». Cristo significa l’esperienza della liberazione, una liberazione in azione, attualizzata, che consegna il fedele alla libertà. Accolto nell’«adesso», Cristo è una presenza amica: «Rimani con me Signore/ quando sono sulla mia strada solitaria». La liberazione si traduce nell’annuncio, in un grido di gioia per sua natura debordante: «Vai e gridalo alle montagne/ Gesù Cristo è nato». L’esperienza che il fedele fa di Cristo è infine individualizzante: in un mondo disumanizzante, nel quale allo schiavo non viene riconosciuta alcuna dignità, il «tu» dato a Cristo, il dialogo intessuto con il Liberatore, diventa un modo per riguadagnare la propria umanità: «Oh Signore, sono nudo/ voglio essere coperto/ ricoprimi Gesù».

L’anelito alla salvezza, la figura di Cristo come liberatore, la centralità accordata alla voce come mezzo di espressione identitaria e comunitaria al tempo stesso: ecco il patrimonio consegnato dagli spiritual ai generi musicali successivi, dal folk al rock. Tra questi non è possibile tracciare linee di demarcazione nette, essendo tipicamente americano il continuo scambio tra diversi generi musicali. Nel 1940 Woody Guthrie intitola una canzone a Gesù, Jesus Christ. Il cantante attinge ai Vangeli per fare del suo personale Messia un’incarnazione della lotta per la giustizia. Se consideriamo un altro brano, Jesse James, dedicato al leggendario fuorilegge, scopriamo tra le due figure cantate da Guthrie – Gesù Cristo e Jesse James – sorprendenti analogie. Come il primo «diceva al ricco di dare tutto al povero» così «il secondo toglieva ai ricchi per dare ai poveri». Il primo è tradito da Giuda Iscariota, il secondo da quel «vigliacco di Robert Ford». Nel fuorilegge – figura che non ha mai smesso di tormentare l’immaginario americano – riecheggiano dunque tratti cristologici, come conferma tutta una serie di outlaws, il cui tratto comune è l’atto di sacrificarsi. Questo rispecchiamento è svelato da un verso di un brano di Bob Dylan, Precious angel, nel quale si materializza «l’Uomo che venne a morire di una morte da bandito». Proprio Dylan, forse il personaggio più sfuggente e complesso della canzone Usa, si tuffa continuamente nella Bibbia. Come ha scritto il musicologo Alessandro Carrera, «sarebbe troppo poco dire che Dylan legge la Bibbia, cita dalla Bibbia, si fa ispirare dalla Bibbia. Dylan è letteralmente attraversato dalla Bibbia, annega nella Bibbia e con la Bibbia risorge alla superficie». Dylan non solo dissemina le sue canzoni di citazioni bibliche, ma – in particolare negli album della conversione – dà forma a una vera cristologia, non senza alcune ambiguità.

Dylan sembra ossessionato dal ritorno di Cristo. In When He returns canta della sua seconda venuta, quando Egli verrà «come un ladro nella notte» (1 Ts 5,2). Il verso «la verità è un dardo e la porta attraverso cui passa è stretta» riecheggia la parabola evangelica del cammello e della cruna dell’ago (Mc 10,25). In Gonna change my way of thinking è ancora la seconda venuta di Gesù a tenere banco: «Egli ha detto: preparati perché non conosci l’ora in cui arriverò». In Solid Rock Dylan confida di essere «aggrappato a una solida roccia», in Saved di essere stato «salvatodal sangue dell’agnello». La roccia e l’agnello sono entrambe figure cristologiche. In Sign of the cross Dylan si dice «tormentato» dal segno della Croce. Nei versi di Watered-down love riecheggiano le parole di san Paolo ai Corinti (1 Cor 13, 4-7): «l’amore puro spera ogni cosa/ crede ad ogni cosa/ non stringe lacci». Come ha scritto ancora Carrera, il brano Every grain of sand («Nella furia del momento riesco a vedere la mano del Signore/ in ogni foglia che trema/ in ogni granello di sabbia») è «una rara, autentica e sofferta lode del creato». Le immagini apocalittiche si sciolgono nella preghiera, come in Father of night: «Padre che dissolvi le tenebre/ Padre che insegni a volare agli uccelli/ costruttore di arcobaleni nel cielo».

Ma non c’è solo Dylan. Nel brano Crucifixion di un altro folk singer, Phil Ochs, appare l’invocazione rivolta a Cristo: «Insegnaci a essere veri». Se il rock si è spesso configurato come una musica trasgressiva, non poteva mancare un riferimento alla ribellione, come in Rebel Jesus, brano di Jackson Browne. Bruce Springsteen si colloca lungo la cerniera che unisce il folk al rock. Il rocker del New Jersey ha scelto di illuminare la figura di Cristo attraverso uno sguardo particolare, quello di sua madre. Nel brano Jesus was an only son Maria diventa figura dell’irrevocabilità della perdita: «C’è una perdita che non può essere compensata/ una destinazione che non può essere raggiunta/ una luce che non troverai più in un altro viso/ un mare la cui vastità non può essere abbracciata». Da parte sua Tom Waits ha riadattato il brano tradizionale Gospel train nel quale è Cristo in persona a guidare il treno che conduce alla salvezza. Anche Johnny Cash, in The man comes around, prefigura la seconda venuta di Cristo, quando «si udirà lo schianto del tuono».

Se questi sono i nomi storici della canzone Usa che dire delle generazioni più recenti? Non hanno di certo «trascurato» Cristo. Ben Harper, funambolico chitarrista capace di coniugare il blues e il reggae a sonorità più buie, ha cantato la sua fede nel brano Picture of Jesus: Cristo vi appare come l’uomo che sorregge quando si è alle prese con dubbi e disillusioni. E in Jesus is on the mainline il cantante affida a Cristo le sue preghiere. Il gruppo punk-rock Green Day, idolo dei giovanissimi, ha calato Gesù nei sobborghi americani (Jesus of Suburbia). The Violent Femmes, appartenenti al cosiddetto alternative rock, in Jesus walking on the water, cantano l’esperienza dell’incontro con Cristo. Tracy Chapman in Save us all sferza chi «privatizza» l’esperienza della salvezza, credendosene unico depositario. Dave Matthews intona la sua «lode a Dio che ha molti nomi» (Eh Hee). Una lode – nonostante non manchino certo cadute e travisamenti – che attraversa l’intera canzone Usa, sempre sulle tracce della salvezza.

“Tracce di Vangelo” pubblicato in “Popoli” di agosto/settembre 2009

Per gentile concessione dell’autore Luca Miele

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