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Generazioni a confronto: Jovanotti

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Le idee migliori vengono mentre si mangia: se sei veramente cool basta un pasticcino mentre sorseggi un tè assieme a persone troppo note per essere citate per così poco. Capita allora che il tuo direttore, declinando la cloud of milk d’ordinanza, ti metta nell’imbarazzante posizione di seguire un dibattito a cui partecipa, assieme a Jovanotti, un personaggio – Antonio Monda – che, oltre a essere giornalista, professore universitario e romanziere, è pure tuo fratello. Sarà perché anche a lui, figlio e fratello d’arte, è talvolta capitato di doversi interessare sui giornali di intellettuali di famiglia, sarà perché il tema dell’incontro moderato dal gesuita Antonio Spadaro è “Creatività e successo” e invita a rompere gli schemi predefiniti, sarà perché il clima è familiare e lo sguardo di un fratello può cogliere sfumature che sfuggirebbero a un estraneo, sta di fatto che giovedì sera l’imbarazzo è svanito quando alla Cappella universitaria della Sapienza a Roma ha cominciato a parlare Jovanotti, per il quale il successo è “riuscire a far sorridere mia madre”.

“Non era facile da bambino – spiega – quando sei il terzo di quattro fratelli il tuo spazio te lo devi conquistare. E oggi è ancora così: per me il successo è far ridere mia madre, è quella gioia lì”. Per Jovanotti non c’è niente di scandaloso nel successo, semmai è scabroso chiedere a lui di parlarne (è come chiedere a una bella donna di parlare della bellezza), ma molto più scandaloso è parlare di creatività: “questo sì che è un termine imbarazzante, oggi la si usa per chi lavora in pubblicità, anch’io allora sono un “creativo”, uno che inventa slogan e se una mia frase finisce stampata su una maglietta allora dico di aver raggiunto un buon risultato, ma la verità è che la creatività non esiste, tutto è stato già creato da Dio. All’uomo non appartiene la creatività, esiste semmai l’invenzione”.

Forse senza saperlo Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, ha fatto sua la tesi di Tolkien sull’uomo sub-creatore per cui l’artista non crea ma “inventa”, scopre e combina insieme ciò che trova nel reale, quella realtà primaria creata da Dio. Ma Tolkien è solo uno dei tanti autori che sono stati citati, implicitamente o esplicitamente in un dibattito su un argomento politicamente scorretto.

Molte citazioni dotte nel cuore del famoso ateneo romano per la prima conferenza di un ciclo che si chiama “Generazioni a confronto”, ma anche molta partecipazione dei due relatori che hanno avvinto per quasi due ore gli oltre trecento giovani che gremivano la sala sottostante la chiesa tenuta dai padri gesuiti. Molti i temi che sono stati toccati e non è facile realizzarne una sintesi al punto che forse il filo conduttore degli autori citati può venire in aiuto.

Il primo è stato addirittura Joyce in quanto padre Spadaro – che è anche l’ideatore dell’evento – ha ricordato come a suo tempo usò la canzone di Jovanotti Non m’annoio per spiegare ai suoi studenti il “flusso di coscienza”, l’inconfondibile stile narrativo dello scrittore irlandese. Poi ha preso la parola Antonio Monda interrogato dal moderatore sull’ambiguità del successo, questo mix di luci e ombre, di lustrini e gavetta. Raccontando la propria di gavetta, il professore della New York University ha citato prima Karen Blixen, “Dio ti punisce realizzando i tuoi sogni” e poi Emily Dickinson: “Il successo è considerato la cosa più dolce da chi non l’ha”; al che è intervenuto Jovanotti (più che una conferenza si è trattato di una conversazione tra amici che si toglievano e restituivano di continuo la parola) per confermare che il successo è come una bomba, di certo benefica ma sempre destabilizzante. “Il successo è solo un participio passato, del verbo succedere. Io lo vivo come una conquista da mettersi alle spalle e dimenticare per far sì che il vivere sia a piccoli passi, farlo succedere un po’ alla volta, gustandoselo. Forse sono così a causa del mio albero genealogico”, ha precisato.

E qui è scattato un primo “amarcord” dei due relatori (l’ombra di Fellini è stata più volte evocata): “Io sono il terzo di quattro fratelli per cui già da piccolo vivevo il mondo come una scena (citazione implicita di san Paolo) in cui dovevo conquistarmi le cose: il cibo, gli spazi, i vestiti (le mie scarpe erano quelle di mio fratello Bernardo, fino a 14 anni mai avuto scarpe nuove) gli affetti, i genitori a un terzo figlio non se lo filano, hanno già dato, ma tutto è questo è la meravigliosa normalità di cui non solo non recrimino ma benedico! Proprio per questa mia condizione infatti ho dovuto ben presto sviluppare delle tecniche per conquistarmi l’attenzione, la simpatia. Io già da molto piccolo ero un uomo di spettacolo”.

La conversazione si anima e l’euforia contagiosa di Jovanotti offre a Monda l’opportunità per altre due citazioni, la prima storica, la battuta di Churchill per cui il successo “è la capacità di mantenere l’entusiasmo tra una delusione e l’altra”, la seconda letteraria: il racconto di Santiago, l’anziano pescatore de Il vecchio e il mare di Hemingway che del suo successo sembra essere defraudato da un destino cinico.

Per mio fratello è importante l’aspetto “agonistico” del successo, visto come strenua lotta; cita Theodore Roosevelt, per cui bisogna anche rischiare di fallire ma “buttarsi nell’arena e lottare in mezzo al sangue, alla polvere e al sudore. Solo questa è la via del successo che è qualcosa che si misura paradossalmente nella fragilità e non nel momento in cui ci si illude di essere forti”, anche qui si sente l’eco di san Paolo. Concorda Jovanotti aggiungendo che oltre il successo quello che resta è la vita di tutti i giorni, fatta essenzialmente di lavoro: “Questo è il vero successo: fare con gioia il proprio lavoro perché il lavoro vale di per sé, oltre lo stesso risultato”. Il richiamo alla gioia segna il momento forse più intenso dell’intera conversazione; per Jovanotti bisogna distinguere il successo dalla riconoscibilità che è un falso obiettivo: “Se c’è una risonanza come effetto del tuo lavoro e la ritrovi negli occhi delle persone che incontri, allora c’è la gioia, la riconoscibilità non dà gioia, è sterile. Io ho un’idea militante della gioia, perché la gioia è potenza. La gioia possiede un potere salvifico, è qualcosa di vivificante che induce a ridere e a vivere. Questo è il mio credo. Per questo io cerco i santi, per questo abbraccio chi mi fa ridere. Il santo, come il comico, sono persone che guardo con gratitudine, perché riescono ad aprire per un attimo la finestra verso la gioia, verso l’al di là. Sì, io penso che chi ti fa ballare e ridere ti dona un attimo d’eternità”.

Nel finale gli schemi, già flebili, saltano del tutto, i tre (moderatore e relatori) parlano come vecchi amici che non si vedono da tempo e hanno troppe cose da raccontarsi, e anche le domande del pubblico aggiungono ulteriore legna al fuoco. Perché te ne vai sempre più negli Usa? gli chiede un ragazzo emozionato e Jovanotti si rifà a Teilhard de Chardin (prima dell’incontro ci aveva raccontato di averne letto diversi libri): “Noi, come tutto il cosmo, siamo soggetti alla legge dell’espansione. In questa espansione cosmica mi inserisco anch’io con il mio frutto, unico e irripetibile. Io con la mia mela che non può essere un ananas. Qual è il tuo frutto?”. Perché non ci canti una canzone? inevitabilmente fa un altro giovane, al che il cantautore cita di nuovo, implicitamente, Teilhard (“l’avvenire è migliore di tutti i nostri passati”): “Ora sto scrivendo canzoni nuove, le vecchie le ho cancellate”.

Tra le tante cose dette colpisce un’osservazione di Jovanotti sulla seduzione non del successo, ma del fallimento: “Esiste anche la seduzione della sconfitta che è molto insidiosa: non farcela a volte può sembrarci bello, comodo, perché nel perdere io ci sto comodo. Ci si affeziona anche alla sconfitta, alla negatività, ci si affeziona a tutto”. “Vedete ragazzi – conclude – quello che faccio io non è qualcosa di difficile, ma il punto è che io lo faccio, altri no. Una canzone trasmette emozioni, beh, vi dico che spesso un’emozione è qualcosa che si costruisce, certo ci deve essere all’inizio un’intuizione che ti deve venire (per talento o per fortuna), ma poi è tutto lavoro”.

Andrea Monda

(© L’Osservatore Romano – 23 gennaio 2010)

Ascolta il “Monodosaggio” dedicato a Jovanotti nella  puntata radiofonica del 30 settembre 2008

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