Sono solo video?

Ricordo d’essere cresciuto a pane e videoclip. Erano gli anni ’80, terribili per alcuni; per altri invece un periodo carico d’innovazione tecnologica, di positività e voglia di vivere anche al di sopra delle proprie finanze. Frequentavo le scuole medie e leggevo “Lanciostory” e “TV Sorrisi e Canzoni”. La programmazione del Biscione allettava, peccato non poter ricevere il segnale. Poi all’improvviso, come un dono dal cielo provvidenziale, ci fu l’esplosione della tv privata. Finalmente anche noi terroni potevamo vederla. (Chi mai avrebbe immaginato il danno che avrebbe poi arrecato il tubo catodico privato a un’intera nazione?!).
C’era un pullalare di radio libere sempre meno provinciali e più “british” che si davano battaglia per una manciata d’ascolti in più. E le tante piccole tv che trasmettevano in differita, senza alcuna licenza per farlo, i programmi di Videomusic, la prima rete tematica musicale fatta in Italia. Oltre la visione estasiata de “Il pranzo è servito” di Corrado – la stessa meraviglia provata la prima volta che ho visto una partita di calcio in HD – guardavo “Popcorn” su Canale 5 e “L’Orecchiocchio” sulla neonata Rai Tre. Trasmissioni musicali che però non potevano competere con “Mr. Fantasy” del profeta Carlo Massarini. Fu lui ad “iniziarmi” alla musica di Laurie Anderson, Garbo, la factory di Franco Battiato, Giuni Russo, i Duran Duran. Arrivò in tv con la musica prima ancora di MTV.
Nasceva la cultura del videoclip, la musica era innanzitutto visualizzata e gli interpreti apparivano come attori principali di un film musical. Ed io lì a guardare immagini e suoni mescolarsi come in una fabia. Oggi c’è YouTube, per fortuna. Gli artisti nel terzo millenio non investono troppo nella produzione dei video. Dopo l’abbuffata indigesta degli anni ’80 e ’90, preferiscono la promozione di sè in tv, con playback imbarazzanti o perfomance di alto livello. L’upload del video sulla rete assicura popolarità a costo zero.
Testardo, continuo a cercare le canzoni accompagnate dai video, specie quelli in cui gli artisti scompaiono in un’animazione o in un cartone anziché “metterci la faccia” (vedi i Gorillaz). Un paradosso ben congeniato che stuzzica la curiosità di vedere e cercare l’artista in contesti diversi, come se fosse un oggetto misterioso. Si va a un concerto in uno stadio o ad uno show-case realizzato in una radio o in uno grande store. Fondamentali i click sulla rete.
Alcuni video - qui postati – rappresentano un approccio personale alla musica, come se fosse un quadro (video) d’arte da guardare. E’ lì che l’artista dipinge ciò che vuole comunicare con una canzone, mentre si nasconde nell’olimpo fatto di gloria e di narcisismo.
Il far finta di non esserci, in fondo, è l’espressione più alta di esibizionismo.
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