Vampire Weekend

Indie-pop non è un suono. È un modo di essere, un’idea della musica basata su un nocciolo duro di premesse: rifiuto dell’età adulta e della corporalità (ergo: idealizzazione dell’infanzia e dell’amore), rifiuto della società dello spettacolo (da cui il culto dell’autenticità e la nozione stessa di indie), rinuncia in partenza all’impegno politico. Chitarre jingle-jangle, tasso di blackness prossimo allo zero, assenza di orpelli sono semplici conseguenza: l’anima dell’indie-pop è nell’agiatezza squattrinata – ma comunque assolutamente borghese – della gioventù bianca universitaria.
Di quando in quando, avviene che qualcuno si accorga del gioco di specchi e ridisegni le coordinate musicali del genere, riportando in superficie la sua essenza vitale. L’ultima volta, che ricordi, successe con gli Arcade Fire: era il 2004 e l’epicità corale di “Funeral” fece piazza pulita dell’equazione indie=individualità.
Eccoci, sei anni dopo, a un nuovo punto di svolta: “Contra” dei Vampire Weekend porta afro-pop, elettronica casereccia e fioriture orchestrali al centro del paradigma indie.
Non è certo il primo disco a flirtare con questi suoni. I pezzi di “Contra”, però, non sono le solite canzoncine indie-pop vestite di eclettismo. I Vampire Weekend azzerano gli schemi collaudati del genere, per contare solo sulla forza delle proprie intuizioni. Mossa coraggiosa, forse anche un po’ incosciente: un trasloco in un Nuovo Mondo tutto da costruire; nello zaino solo qualche disco di Paul Simon e un paio di tastierine Casio.
“Diplomat’s Son” è il modello di questa rifondazione pop. Ritmino caraibico programmato su un synth da due soldi, aria frizzante e un po’ nostalgica, melodia cristallina e garbata. Poi vaghi svolazzi orchestrali, ricami abbozzati quasi vergognandosene. Come una leggera linea di trucco disegnata davanti allo specchio e subito cancellata, per timore di esser colti dalla mamma a giocare con le “cose da grandi”.
Tutto in “Contra” converge all’innocenza infantile. L’elettronica spartana, che fa molto oratorio (ce li avranno anche a New York? Mi sa di no). La cultura musicale africana come arca in cui si conserva un mondo idilliaco, “non corrotto” dalla spietatezza capitalistica della vita adulta. Lo zouk e il soca dell’eterna primavera antillana per rievocare i pomeriggi luminosi e infiniti della scuola elementare.
Ricordi di spensieratezza, nell’atmosfera soffusa di “Horchata” come nell’estro in levare di “Holiday”. “Giving up the Gun” è la più adoscenziale e discotecara del lotto, a un passo dal clima “festa del liceo” degli Stars: anche lei però è costellata di tintinnii e cori in falsetto, gocciole di pura nostalgia infantile.
E poi la voce. È nel tessuto stesso del timbro di Ezra Koenig il segreto di tutta la purezza del disco. Un’intonazione che non conosce il senso della parola “provocazione”. Riescono perfino imbarazzanti, i vocalizzi asessuati in centro a “White Sky”. Nessuna persona adulta avrebbe il coraggio di lanciarvisi, e anche se fosse il risultato sarebbe compromesso da sensualità, ormoni, ammiccamenti.
Altra prova di quanto Ezra Koenig sia non-adulto: i toni platonici con cui dipinge l’amore (o il non-amore, vedi “Taxi Cab”). Diversi pezzi ricordano il romanticismo idealizzato di “Odissey and Oracle”, sia per i testi che per l’aria estatica e attonita che trapela dalla voce e dai delicati arpeggi di piano – quando non di clavicembalo.
Politica? Neanche l’ombra. I Vampire Weekend conoscono il colore dei calzini di Paul Simon, Peter Gabriel e Talking Heads ma nel recepirne la lezione hanno espunto ogni intento filantropico; e non certo per risultare più credibili nelle logiche dello star system. È palese, allora, che il nuovo pop dei Vampire Weekend è in fin dei conti solo (solo?!) un cambio di skin del canone indie-pop: un modo inedito per toccare corde emotive che restano sensibili oggi quanto al tempo degli Smiths… [la recensione continua su Ondarock]
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