Leonard Cohen e il re confuso
Newport Folk Festival, 16 luglio 1967. Sul palco dal quale due anni prima Bob Dylan – quella “voce di carta vetrata, arrogante e sdegnosa come nessuna”, capace di “suscitare paesaggi verbali come prima di lui si osava affidare solo alla pratica della scrittura silenziosa, priva di voce e di corpo” (Alessandro Carrera) – aveva consumato la sua “rivoluzione elettrica”, sale l’allora semi-sconosciuto cantautore canadese Leonard Cohen. L’artista di Montreal ha appena pubblicato un romanzo, subito osannato dalla critica, intitolato Beautiful losers. Da parte sua il ben più noto Dylan – come scrivono Brunetto Salvarani e Odoardo Semellini, in Il vangelo secondo Leonard Cohen. Il lungo esilio di un canadese errante(Claudiana) – “ha già alle spalle un bel pezzo di vita artistica e personale” avendo inanellato ben sette album. Elegante, raffinato, aria da europeo il canadese; istrionico, carismatico, alle prese con la continua e anarchica “invenzione di se stesso” (Bryan Cheyette) l’americano.
Cosa hanno in comune Leonard Cohen e Bob Dylan? È il loro rapporto con la Bibbia – mai lineare o pacificato, ma sempre tormentato – che stringe in una stessa trama i due personaggi, entrambi ebrei, che hanno fatto dell’inquietudine, esistenziale e artistica, la loro più autentica cifra poetica. Di Dylan si è detto e scritto di tutto. L’esegesi dei suoi testi, spesso tortuosi, – il cantante “inventa a ogni passo combinazioni linguistiche inaudite” (Carrera) manifestando quella che è stata definita “una predilezione per l’arcano, per l’oscurità, un’inerzia nei confronti del significato” (Frank Kermode e Stephen Spender) – ha impegnato migliaia di critici. Di Cohen invece, soprattutto in Italia, si è scritto poco o nulla. Salvarani e Semellini riempiono questo vuoto inseguendo, con passione e delicatezza, i tanti volti dell’artista canadese. Illuminando innanzitutto il rapporto intessuto da Cohen con il menestrello Dylan. Una differenza marcatissima si rivela – scrivono i due autori – “quando i due affrontano la materia della canzone come modalità di preghiera. Leonard – che non a caso aveva assunto il nome di Jikan, il silenzioso, durante il ritiro nel tempio buddhista di Mount Baldy – predilige un rapporto individuale e diretto con il divino, rappresentato da testi dal sapore meditativo e dal canto, che porge in modo quasi sommesso le parole all’ascoltatore. Anche là dove sembra andare sopra le righe di uno spartito dai toni quieti lo si vede quasi strappare dal proprio corpo le note che servono alla voce: come a dare l’idea di una liberazione, forse, ma soprattutto di una connaturata intimità con la pratica della preghiera, da vivere in solitudine e con una buona dose di pudore”.
Il filo rosso che attraversa l’intero corpus coheniano è allora proprio la canzone come preghiera, come sottolineano con forza i due autori. D’altronde è proprio della canzone americana il continuo e incerto oscillare tra il desiderio del “ritorno a casa” e l’ansia di sfuggirvi, l’urgenza della salvezza e l’ineluttabilità della caduta, tra la ricerca della santità e il suo smacco. La “tensione verso l’uso della parola letteraria come forma di preghiera” innerva già i primi lavori dell’artista canadese, confermandosi poi pienamente nella forma-canzone. E, in particolare, nel capolavoro indiscusso della sua intera produzione artistica, il brano Hallelujah, contenuto nell’album Various position (1984) il cui titolo “allude alla preghiera di lode a Dio nella liturgia ebraica”. Nella canzone trova posto “un re confuso”, quel re David che ha trovato “l’accordo segreto” che “compiaceva il Signore”. Come scrivono Salvarani e Semellini “si tratta di un personaggio multiforme, nel quale Leonard Cohen, di fatto, si rispecchia”. Egli è il “soave cantore d’Israele” (ii Samuele, 23, 1). Suona la cetra in modo ineguagliabile e compone inni stupendi e profondi. La sua è un’abilità innata: è poeta musicista nelle corde del cuore. Tanto da essere il primo musico terapeuta che la storia ricordi, come è detto: “Quando dunque lo spirito sovrumano investiva Saul, David prendeva la cetra e suonava: Saul si calmava e si sentiva meglio e lo spirito cattivo si ritirava da lui (i Samuele, 16, 23)”.
Ma la fede “forte” di David, cantata da Cohen, trema e vacilla dinanzi alla prova nella quale scivola David fino “a causare la collera” divina. Come scrivono gli autori de Il vangelo secondo Leonard Cohen nella seconda strofa, l’artista “mischia, coscientemente, questo episodio biblico con un altro, celeberrimo, quello del giudice Sansone che perde la sua straordinaria forza perché una donna, Dalila gli recide appunto la folta chioma: questo era infatti il suo segreto di nazireo, consacrato a Dio (Giudici, 16, 4-31)”.
La difesa pronunciata da David/Cohen – “Dici che ho nominato il Nome invano / non lo so neppure, il nome” – sembra assumere la forma del riv, della contesa con Dio che da Abramo fino a Giobbe “percorre come un filo rosso tutto il giudaismo” (Paolo De Benedetti). Ma la lite si scioglie presto nell’Hallelujah finale, in un inno di lode che è insieme santo e balbettante.
(© L’Osservatore Romano – scritto da Luca Miele)
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