Una grazia che consola

La musica è spettrale. C’è un uomo, David Bowie – Lazarus fasciato dalla morte, un altro uomo – ancora Bowie – che scrive, si contorce, lotta e alla fine si rinchiude, risucchiato da una forza invincibile, in un armadio. Come in una bara. Si deve alla cultura di massa – alla musica pop e a un video musicale – una delle più potenti rappresentazioni dell’irrappresentabile per eccellenza: l’agonia, la lotta per la vita, il desiderio di liberazione. «In Lazarus David Bowie – racconta padre Massimo Granieri, passionista, ideatore e curatore di “Arena dei rumori”, il più approfondito sito italiano su musica e spiritualità – si rivela come un uomo morente. Nel mondo della musica nessuno muore mai, caso mai si entra nel mito. Eppure Bowie ha distrutto la sua leggenda, levando la maschera ai tanti suoi personaggi, perché in pericolo e prossimo alla fine». Ma non erano solo canzonette? Non lo sono, come racconta Granieri che ci guida in un appassionato percorso musicale. Non è un caso che la musica popolare non ha mai smesso di confrontarsi con la morte. «Una morte che Lou Reed non accetta in Magician. Ci sono versi che impressionano: “Liberami da questo corpo/ da questo peso che si muove accanto a me/ Lasciami abbandonare questo corpo, lontano/ Sono così stanco di guardarmi / Detesto questo corpo di dolore”. Il dolore insopportabile che sfigura il corpo fa desiderare una rinascita, non una redenzione. La sofferenza non ha un valore salvifico e Lou Reed lo dice a chiare lettere nello stesso album Magic and Loss in What’s Good: “A cosa è servito un cancro in aprile?”».

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La favola infinita dei R.E.M.

Erano gli anni ottanta. In tasca poche lire e un banale sogno, l’unico: comprare uno stereo “spacca tutto” nonostante la pezzenteria provocata da un lavoro instabile. Impiegato part-time in radio, i vinili erano come il pane a tavola. Non mancavano mai, li ascoltavo in un piccolo studio di registrazione in assoluto silenzio e relax. Ho nostalgia di quei momenti, forse l’unica cosa che mi manca del mondo “vecchio” abbandonato nel 1994. Musica amplificata ai massimi livelli. I vinili bisognava poi riporli negli scaffali. Avrei voluto invece rubarli, come quelli dei Ramones e di Elvis. Adoravo come reliquie i 45 giri di Louis Armstrong, di Chuck Berry, dei Jam e di Tina Charles.

Andavo ai magazzini della Standa e compravo dischi a prezzi stracciati (5.000 lire), senza avere a casa neanche un giradischi per suonarli. L’importante era possederli, oggi invece con lo streaming accade il contrario. Il primo vinile acquistato fu “Fables Of The Reconstruction” dei R.E.M. Quella mattina alla cassa dell’ipermercato, in ordine di gradimento, portai pure “Houses Of The Holy” dei Led Zeppelin, “Zenyatta Mondatta” dei Police e “October” degli U2.

Per osmòsi ricordo il primo nastro originale “Lo Schiaccianoci – il Lago dei Cigni” di Pëtr Il’ic Cajkovskij acquistato per 1.100 lire, facendo trasalire di gioia mio padre che qualche tempo prima mi ordinò di tagliarmi i capelli e di levare dalla vecchia giacca di jeans Levi’s le toppe dei Saxon e dei Van Halen. Tolsi via solo quella dei Saxon, era troppo tamarra. Aggiunsi una spilla dei Clash. E ancora, i primi due cd presi a prezzo conveniente (9.000 lire) furono una raccolta di Jimi Hendrix (la migliore finora pubblicata) e “Uh – Huh” di John Cougar Mellencamp.

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Rumori blasfemi

Brani avversi alla religione cristiana – e che inevitabilmente piacciono più di quelli “spirituali” – riempiono la discografia mondiale della musica pop e rock. Alcune canzoni suonano il mancato incontro con l’Aldilà oppure offrono una visione distorta di Dio. Ho pensato ad una playlist di canzoni irreligiose o irriverenti. Forse blasfeme, di sicuro prive di manifeste simpatie per Gesù ma cariche di tensione verso l’Alto. C’è chi lo raggiunge, mentre altri rinunciano a cercarlo. La musica vive di paradossi.

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