“Prete in automobile”: episodio 4

Sono un po’ in ritardo con la pubblicazione in video dei miei spostamenti in auto tra un convento e una parrocchia del Sud Italia. Stavolta sono sull’autostrada Salerno – Reggio Calabria, nel punto esatto in cui è possibile vedere casa dei miei genitori che sorge timida e lunga sulla collina. Pensando alla famiglia, in pochi secondi mi sono guardato indietro, come quando istintivamente si controlla il traffico dallo specchietto retrovisore.

Ho ripensato a ciò che è stato di me dopo aver lasciato casa, avevo ventitré anni. Adesso ne ho quarantacinque. Ventidue anni passati in rassegna in trenta secondi: porte chiuse in faccia, tentavi falliti, successi, traguardi raggiunti, felicità incontenibile e sogni infranti. Guardare in alto invece è consolatorio, rassicurante. Ecco perché la disillusione, la vita che non si comprende, gli affetti (è scritto nel tweet postato insieme al video).

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“Prete in automobile”: episodio 3

Lunedì pomeriggio del 13 aprile arrivo a Roma. Avrei potuto girare decine di “clippini” durante il viaggio associandoli a canzoni ascoltate in auto, metafore per spiegare in modo semplice una vita in movimento. Stavolta condivido quello che ho visto e sentito alla fine del tragitto Manduria (Taranto) – Roma.

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“Prete in automobile”: episodio 2

Domenica scorsa, tornando dalla predicazione per la Settimana Santa, ho ascoltato in auto un cd dei Clash, poi un live dei Police e per chiudere Antony and The Johnsons. Su una Salerno-Reggio Calabria surreale (per lunghi tratti deserta), lo stereo ha suonato “Train in Vain”, una delle mie preferite. Un brano sull’amore e le sue contraddizioni.

Il protagonista non si rassegna: la fine del rapporto con la sua ragazza lo devasta e canta collerico di essersi sacrificato invano (il titolo tradotto è “Faticare per nulla”). Sull’amore disperato in Italia i cantanti hanno costruito le loro carriere artistiche, intristendo schiere di giovani. Compresa la mia generazione che reagiva alla “malinconoia” con Captain Sensible e Nada, capolavori trash del pop anni ’80. Eravamo messi male…

Sullo sfondo di un brano apparentemente “leggero” c’è la paura della solitudine. Si può avere tutto o niente, ma senza una persona vicina vivere può essere faticoso: “Senza il tuo amore non ce la farò”. Sembra un’ammissione di debolezza e di dipendenza dall’altro…

Adesso ho un lavoro ma non rende. Ho bisogno di nuovi vestiti. Ho bisogno di un posto dove stare. Ma posso cavarmela senza tutte queste cose. Senza il tuo amore non ce la farò.

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