John Lennon e il cristianesimo

John Lennon si professava cristiano, conosceva il figlio di Dio, leggeva la Bibbia, c’era un crocifisso in casa sua a Londra. Durante la permanenza nel 1968 in India, lì con i Beatles per apprendere dal maestro Maharishi le tecniche della meditazione trascendentale, John scrive una lettera di risposta a una fan (una certa Beth) in cui si definisce un uomo di fede, citando la Bibbia: “Cara Beth, grazie della lettera e delle tue premure. Se leggi che siamo in India in cerca della pace ecc., non significa che non abbiamo fede in Dio e in Gesù ci crediamo eccome. La meditazione trascendentale non si contrappone ad altre religioni. Si basa sulle verità fondamentali di tutte le religioni, è il denominatore comune. Gesù diceva «Il Regno dei Cieli è dentro di te» (vangelo di Matteo, ndr) – ed è esattamente questo che intendeva – «il Regno dei Cieli è vicino» – non in un remoto tempo futuro, o dopo la morte, ma adesso. Durante il digiuno ecc. nel deserto per quaranta giorni e quaranta notti, Gesù doveva fare qualche forma di meditazione, non stava solo seduto sulla sabbia a pregare, anche se meditare è una forma di preghiera. Spero che quel ti ho detto abbia un senso per te, sono certo che ce l’ha per un vero cristiano, cosa che cerco di essere in tutta sincerità” (a cura di Hunter Davies, Le lettere di John Lennon, Mondadori, pp. 121-122).

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Leonard Cohen e quel crocefisso vilipeso

“Come un uccello sul filo, come un ubriaco in un coro di mezzanotte, ho provato a modo mio ad essere libero”. È un passaggio di Bird On The Wire di Leonard Cohen, un ebreo non osservante, uno spirito libero e inquieto che semina chiunque tenti di spiegare la sua poesia. Cohen nasce in Canada il 1934, adolescente suona il folk e il country, studia letteratura scrivendo raccolte di poesie. La prima “Let Us Compare Mythologies” pubblicata nel 1956 dopo gli studi universitari alla McGill University di Montreal. Si trasferisce a New York, frequenta il Greenwich Village, la mecca del folk americano, e in quella fucina di talenti (Dylan e Paul Simon) inizia a musicare i suoi poemi.

Sull’isola greca di Hydra scrive “The Spice-Box Of Earth” e il suo primo romanzo “The Favourite Game”, tradotto e pubblicato in Italia nel 1975 con il titolo “Il gioco preferito”. Storia autobiografica di Lawrence Breavman – figlio di un’antica famiglia ebrea di Montreal – in cui s’interroga sulla morte, l’amore e la guerra, quesiti esistenziali diluiti poi nelle sue canzoni. Segue il racconto “Beatiful losers” nel 1966, dopo aver pubblicato “Flower For Hitler” e altre poesie in “Parasites of Heaven” che include “Suzanne”, testo riproposto nella forma-canzone da Judy Collins (inciderà anche “Dress Rehearsal Rage”). Il brano più coverizzato del repertorio di Cohen, insieme ad Halleluja.

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La spiritualità di Eric Clapton

Eric Clapton nel 2008 vince il suo 19° Grammy per l’album “The Road to Escondido” e si riunisce con il compagno di gruppo nei Blind Faith, Steve Winwood, per tre concerti di grande successo al Madison Square Garden. Nel 2004 crea il “Festival Crossroads Guitar” per raccogliere fondi per il suo centro contro l’abuso levitra free coupon di sostanze in Antigua, e scala la classifica dei bestseller del New York Times con “Clapton: The Autobiography”. È stato felicemente sposato con Melia McEnery Clapton per sei anni, e hanno tre bambine che adorano il loro papà, senza un pensiero verso il suo passato difficile.

Tutto piuttosto tranquillo per un artista il cui lavoro con una Gibson Les Paul ha condotto gli entusiasti della controcultura a dichiarare sui muri delle metropolitane che “Clapton è Dio”, l’uomo “adottato” da Muddy Waters e incaricato di portare avanti l’eredità del blues. Ma la strada del successo non è stata facile da percorrere.

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Il punk gregoriano di Jeff Buckley

Alcuni avvenimenti rimangono impressi nella memoria, mentre altri finiscono nel dimenticatoio o cancellati per sempre. In un freddo pomeriggio d’inverno, davanti a un caminetto, mia sorella – durante una conversazione – tira fuori un cd portatile e comincia a tessere le lodi a un interprete, figlio di Tim Buckley. Di lui ha un poster in un’anta del suo armadio, in cameretta. Mostro scetticismo, immaginando il destino che già lo attende. Con un genitore così illustre, il talento potrebbe non bastare (vedi Jakob Dylan e Julian e Sean Lennon). Lei insiste perché lo ascolti. Chiedo quanti albums ha inciso. La risposta è addolorata: «Uno, perché Jeff non c’è più». Ribatto: «Uno, solo uno?! Ed è già un mito?». Ci siamo: la solita mitopoiesi delle rockstar giovani ma dannate, quelli che amano danzare con la nera signora, la morte.

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