David Sylvian ha abbandonato Dio?


Tra i dischi che amo di più c’è “The Secret Of The Beehive” di David Sylvian. Conoscevo Sylvian nei Japan e non mi piaceva. Scelsi di non seguire la sua carriera da solista per dedicarmi al punk dei Ramones e al rock del Led Zeppelin. Grave errore. Presto mi innamorai di Billie Holiday, delle opere di Tciaikovsky e degli adagi di Maurice Ravel. Mi spinsi fino ai Talking Heads, il nuovo Lucio Battisti e gli indigesti nastri di Robert Fripp. Un modus operandi che mi fece uscire dal tunnel del punk. L’inno “Gabba Gabba Hey” dei Ramones non bastava più. C’era un latente bisogno di pulizia morale, di ricerca della verità e di quiete che si rifletteva in gusti musicali assai lontani dalla mia cultura.

La scoperta di Sylvian solista fu quanto mai opportuna. Direi provvidenziale. In quel disco egli comunica la sua spiritualità e stabilisce un contatto con la vita interiore dell’ascoltatore. Pochi quelli in grado di compiere una comunicazione così forte e intima. I brani di “The Secret Of The Beehive”, il disco risale al 1987,  divennero la colonna sonora di un incontro che cambiò il corso della mia vita, l’inizio di un periodo carico di novità e sorprese. I testi offrivano l’opportunità di riflettere sulla dimensione spirituale della vita, una possibilità di definire l’esperienza di Dio fino a quel momento ignorato.

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