I love Paris

Ho seguito gli avvenimenti tragici di Parigi. Le stragi nella redazione di Charlie Hebdo e nel supermercato ebraico hanno lasciato tutti sgomenti. Continuo a guardare le immagini della gente che ha manifestato in nome della libertà d’espressione, dei potenti in strada per la Marcia Repubblicana dell’undici gennaio. E ho in testa una canzone, forse la più adatta: “I love Paris” di Col Porter, preferita nella versione dei Les Négresses Vertes. Perché mi piace la loro rivisitazione? Semplice, loro sono figli di immigrati algerini e cantano l’amore sconfinato a Parigi, nonostante la città li abbia relegati ai margini. Una passione che non cede alle brutture della vita, un legame che si rinsalda quando il sole splende sulla città e sui parigini.

I Les hanno accompagnato un pezzo della mia vita adolescenziale, li ascoltavo di continuo perché il modo di cantare di Noel Rota ricordava quello di Joe Strummer dei Clash. Comprai tutti i loro cd, adesso pressati in un vecchio iPod. Era una band dotata d’intelligenza profetica, fiutarono in largo anticipo le tensioni della società francese e le possibili (pericolose) conseguenze.

Sul sito di Onda Rock, nel tracciare il profilo dei Les Négresses Vertes, così è scritto:

Le Negre Verdi si fanno portavoce del disagio sociale di coloro che sono “respinti”, il loro slang si nutre di una quotidianità fatta di sopravvivenza tra sacchi dell’immondizia, odore di marcio e bottiglie rotte sui marciapiedi, ultimo souvenir dell’ennesima alba tirata in strada alzando il gomito e, se necessario, le mani. Le stesse “Orane”, “II” e “Marcelle Ratafia” sono pezzi rappresentativi, a pieno titolo, di questo girotondo un po’ retrò un po’ zigano, che esporta agli occhi della gente un nuovo modello di francesità, non quella elegante dei caffè e dei bistrot dei quartieri romantici per sposini in luna di miele, ma quella che nasce sull’altra sponda della Senna, tra le banlieues e i ghetti dell’immigrazione, quella dei figli di un colonialismo relegato ai margini, gente per cui le paroline magiche libertè, egalitè, fraternitè suonano ogni giorno come un beffardo scherzo del destino, un miraggio che passa davanti agli occhi ma è impossibile da afferrare.

Probabilmente è fuori luogo scrivere di musica in momenti del genere, ma l’arte abbellisce i nostri animi, ci rende più umani, ci fa amare di più quella libertà violentata, negata. Per le strade a Parigi quella domenica hanno cantato “Imagine” di John Lennon, suonata dalla finestra di un cittadino, un video postato sulla pagina ufficiale di Facebook del fondatore dei Beatles.

Adesso, alla luce dei fatti accaduti, acquista un significato diverso quella Francia cantata dai Les Négresses Vertes e quella politicizzata dei Zebda (cui devo il nome del blog “Arena dei Rumori”). Nei loro dischi c’era un allarme, un’attenta analisi sociale dei disagi che crescevano in tutta Europa. Se avessimo compreso meglio i loro testi, chissà…

Ora ci tocca amare comunque Parigi con i suoi cieli blu e grigi, con gli applausi forti della Place de la Republique e il lieve pianto per chi non c’è più (testo canzone).

Lascia un commento

Your email address will not be published. Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

You May Also Like