Il punk gregoriano di Jeff Buckley

Alcuni avvenimenti rimangono impressi nella memoria, mentre altri finiscono nel dimenticatoio o cancellati per sempre. In un freddo pomeriggio d’inverno, davanti a un caminetto, mia sorella – durante una conversazione – tira fuori un cd portatile e comincia a tessere le lodi a un interprete, figlio di Tim Buckley. Di lui ha un poster in un’anta del suo armadio, in cameretta. Mostro scetticismo, immaginando il destino che già lo attende. Con un genitore così illustre, il talento potrebbe non bastare (vedi Jakob Dylan e Julian e Sean Lennon). Lei insiste perché lo ascolti. Chiedo quanti albums ha inciso. La risposta è addolorata: «Uno, perché Jeff non c’è più». Ribatto: «Uno, solo uno?! Ed è già un mito?». Ci siamo: la solita mitopoiesi delle rockstar giovani ma dannate, quelli che amano danzare con la nera signora, la morte.

Fu così per Hiller Slovak, chitarrista dimenticato dei Red Hot Chili Peppers, per Ian Curtis dei Joy Division e centinaia di talenti maturati troppo in fretta. La fine di Jeff Buckley, annegato il 29 maggio del 1997 nel canale Wolf River di Memphis, generò un pensiero malsano. Solo la morte poteva renderlo così leggendario e simile al padre. Imposto la sequenza “random” sul lettore cd, segno di un approccio superficiale al disco Grace. La madre degli ignoranti è sempre incinta.

Ascolto Last Goodbye, la terza canzone nella tracklist dell’album. L’impatto con il brano è paragonabile a un treno ad alta velocità che t’investe in piena faccia. Rimango basito di fronte a un rock che credevo sepolto nei dischi dei Led Zeppelin, scosso da una voce lieve e depressa come quella di Nick Drake. Guardo la copertina del cd e provo imbarazzo. E’ il 4 gennaio del 1999, ore 14.30 circa. Come nella Sacra Scrittura, quando Giovanni e i suoi discepoli incrociano per strada Gesù, l’Agnello di Dio. L’incontro con Lui li sconvolge a tal punto che l’evangelista fissa l’ora dell’evento, le quattro del pomeriggio (Gv 1,39). Niente sarà come prima, come nel caso di Jeff. Da quel pomeriggio di 10 anni fa, confronto ogni nuovo album rock con l’unico inciso da Buckley. E’ migliore o peggiore di “Grace”? Sento ancora il suo rimprovero per averlo irriso: “Was there a voice unkind in the back of your mind… Maybe, you didn’t know him at all” (C’era una voce sgarbata nella tua mente… Forse, non lo conoscevi affatto – The Last Goodbye).

Tra gli appassionati di musica rock, le discussioni sui gusti, generi e artisti sono quasi sempre infuocate e divergenti. L’eccezione riguarda Buckley jr. Tutti concordi nel riconoscere la grandezza di un cantante mezzo artista e mezzo angelo. Ciò accade non solo nel bizzarro mondo dei fans. L’arte di Jeff Buckley mette d’accordo interpreti, autori, musicisti, producer e manager che lo hanno conosciuto prima e dopo la sua apparizione sulle scene. In un servizio trasmesso dal canale televisivo statunitense MSNBC, alcune celebrità mostrano vera ammirazione nei suoi riguardi.

In ordine d’apparizione: Chris Cornell, voce storica dei Soundgarden, suo intimo amico. Fu chiamato da Mary Guibert, la madre di Jeff, a curare il missaggio del postumo e incompiuto Sketches for My Sweetheart the Drunk. Cornell è definito in una nota di copertina e in lingua italiana “Il Dottore di Musica”. Nel video appare Lenny Kaye, ora produttore, suonò la chitarra in “Beneath The Southern Cross” di Patti Smith, con Buckley ai cori. Penny Arcade, controversa commediografa e attrice newyorkese. Da leggere il suo tributo: Jeff Buckley – Mannish Boy, Setting Sun. George Stein, personaggio che avrà un ruolo fondamentale nella vita artistica di Jeff. Un avvocato scelto da Buckley per vagliare le proposte contrattuali delle case discografiche che avevano fiutato l’affare, prima di approdare alla Columbia Records. Gary Lucas, conosciuto da Buckley in occasione di un concerto tributo al papà Tim, nella cattolica Saint Ann’s Church di Brooklyn Heights, New York. Insieme suonarono The King’s Chain, brano tratto dall’album “Sefronia” di Tim Buckley.

Gary Lucas, chitarrista dalle alterne fortune, incantato dal suo talento, gli propose di diventare la voce solista nella band Gods and Monsters, cui presto Jeff si staccò per intraprendere l’avventura da solista, dopo aver inciso insieme a Gary i demo di Grace e Mojo Pin (finiranno poi in un disco di Lucas & Buckley “Songs to No One 1991 – 1992″).

Alla fine del servizio della MSNBC, gli intervistati recitano commossi versi del brano Grace di Jeff Buckley. Le parole da lui scritte mostrano il destino che lo attenderà sulle rive del Mississippi.

And the rain is falling / La pioggia cade

And I believe my time has come / E io penso che è arrivata la mia ora

It reminds me of the pain I might leave behind / Mi ricorda il dolore che dovrei lasciarmi alle spalle

Wait in the fire / Aspetta nel fuoco

I’m not afraid to go but it goes so slow / Non ho paura di andermene ma è così lento

Nel decantare il testo di Grace, la parola “morte” non è mai pronunciata. Riguardo Jeff Buckley, non si può evitare di affrontarla (o di accettarla) né di ometterla: Well its my time coming, I’m not afraid to die (è giunta la mia ora, non temo la morte).

Sconvolge ancor di più ascoltare Jeff, mentre recita un poema di Edgar Allan Poe, “Ulalume”:

Procediamo in quel chiarore tremulo,
e anneghiamoci in quella vitrea luce!
Raggianti stanotte, in strana luce avvinte,
e Speranza e Bellezza. Guarda! Ascende
attraverso alla notte fino al cielo!

Come un angelo che canta il suo verbo, Jeff “… lasciò pendere le sue ali a strisciare nella polvere, dolorosamente si trascinavan nella fredda polvere”. La citazione del poema di Poe appare, pur se velatamente, in Dream Brother dell’album “Grace”:

Quell’angelo scuro si infila fra di loro
Vegliandoli
Con le sue piume nere spiegate

Una canzone scritta per un amico in difficoltà, il musicista Chris Dowd. In un passaggio, Buckley canta la sua pena, l’essere cresciuto senza l’amore di un padre:

Non essere come colui che mi fece invecchiare
Non essere come chi ha lasciato solo un nome dietro di sé
Perché ti stanno aspettando
Come io ho aspettato il mio
E non è mai arrivato nessuno…

Nel tentativo di combattere i suoi demoni, Buckley nell’album “Grace” palesa una tensione spirituale genuina, fragile perché istintiva, come un fuoco che accende all’improvviso una passione, per poi spegnersi in brevissimo tempo. Ha conosciuto l’umiliazione dell’abbandono, un’esperienza che rivivrà nell’amore verso una donna e che solleticò i ricordi di un’infanzia turbata dall’assenza di Tim. Da ragazzo, Jeff nascondeva la sua indentità. Si faceva chiamare Scott Moorehead (Scott era il suo secondo nome, mentre il cognome apparteneva all’uomo con cui la madre Mary conviveva).

Alcuni anni fa ricevetti un feed-back importante riguardo Jeff Buckley, dopo aver favorito una discussione riguardo la sua musica su Facebook. Alcune riflessioni meritano d’essere ricordate ancora oggi. Ad esempio, Maurizio, musicista e sideman di professione, scrive di JB come un’artista capace di reinventarsi e di raccontarsi ad ogni performance. Il giudizio è tecnico: “Jeff Buckley nasce prima come chitarrista, solo successivamente viene spinto a cantare”. “I punti di forza della sua musica sono lo sguardo al passato e lo spingersi in territori inesplorati, giusta sintesi fra storia e innovazione”. Anche Simonetta, nel forum, scrive: “Il lirismo del suo rock è una meravigliosa conferma dell’armonico convivere degli stili musicali. Unica la sua musica e la sua intensa e quasi intima interpretazione!”.

Maurizio linkò un documento audio preziosissimo del 1994: Buckley, nell’insolita veste di performer jazz, canta Jolly Street, incluso nell’album “Jazz Passengers In Love” dei Jazz Passengers, musicisti irriverenti e geniali che affidarono le esecuzioni canore del cd ad artisti come Deborah Harry, Mavis Staples, Jimmy Scott e molti altri. Tra le tante produzioni della band, da segnalare l’ironica Little Italy inclusa in “Implement Yourself”, uno sberleffo alle tradizioni mafiose e fantareligiose degli italiani emigrati negli Stati Uniti.

Si legge: “Jeff impreziosisce le proprie esecuzioni live con vocalizi di estrazione blues, soul e jazz, colorando il tutto con l’influenza della musica orientale”. I fans conoscono la devozione di Jeff Buckley nei riguardi di Nusrat Fateh Ali Khan, artista capace di nuove commistioni tra la musica tradizionale del suo paese, il Pakistan, e la dottrina islamica del Sufismo. Convergenze tra musica e Islam definite Qawwali, forme di canti rituali che includono le lodi ad Allah, a Maometto e ai santi, elementi imprescindibili per definire il Qawwali “sacro”, secondo i principi musulmani.

Nusrat Fateh Ali Khan influenzò il modus cantandi di Jeff: come un sufista occidentale, nel canto evocava il caos ordinato e la ripetività ossessiva dei Qawwali. Jeff ebbe l’opportunità d’intervistare Nusrat per il magazine Interview, scrivendo un’introduzione al pezzo che però fu tagliata dalla redazione del giornale. [Qui l’intervista in inglese: findearticles.com]. Nello scritto originale, così scriveva Buckley: “La musica di Nusrat sembra spiccare il volo, che sana, penetra, squarcia il cielo aperto, rivelando lentamente il volto raggiante dell’Amato. Una voce canta come se fosse l’ultimo suono da ascoltare prima di morire e fluttuare nel paradiso o nell’inferno. Quella fiamma gutturale di melodia ed estasi si spirigiona dalla gola di un uomo che è talmente immerso nella musica da non esistere più”.

La versione mai pubblicata dell’intervista manifesta quel “marciume interiore” di cui era afflitto. Buckley, di tradizione, era cattolico. Aveva quella percezione ultra terrena della vita che distingue ogni artista. Era consapevole dello sporco che gli puzzava dentro, vinto grazie alla musica di NFAK: “Sei anni di ascolto della sua musica e quattro concerti hanno guarito il marcio che era dentro di me”.

Un brano di Buckley raggiunge ancora oggi i maggiori consensi, Hallelujah, cover di Leonard Cohen e inclusa nell’album di Cohen “Various Position” del 1984. In realtà, lui s’innamorò della versione di John Cale. Un brano che Jeff è riuscito a far suo, aggiungendo una strofa ascoltata nella versione di John Cale (la traccia è nell’album tributo dell’ex Velvet Underground “I’m Your Fan”). Anche l’arrangiamento ricorda quello di Cale, più che l’originale.

Scriveva Leonardo, partecipe al forum dedicato a JB su Facebook: “Già il fatto che Jeff decida di cantare Hallelujah indica che la fa sua. Siamo di fronte ad un autore che nella canzoni parla di sé: non credo che canterebbe qualcosa che non gli appartenga. Infatti, lo dimostra modificandone le ultime strofe. C’è una forza che la canzone di Cohen non ha”.

Solo le prime due strofe cantate da Buckley in Hallelujah compaiono nel testo originario di Leonard Cohen. Cambia il finale nelle differenti esecuzioni del brano. In Jeff c’è un amore ferito, un alleluia al contrario, un vomito colleroso su una storia che non doveva finire.

Forse c’è un Dio sopra di noi
Ma tutto ciò che ho imparato dall’amore
È come sparare a chi ti convince a essere sincero
Non è un grido che senti di notte
Non è qualcuno che ha visto la luce
È un freddo e balbettante Alleluia

In Hallelujah, Leonard Cohen impersonifica Uria, un hittita naturalizzato ebreo di cui è scritto nella Bibbia. Tradito dalla moglie Betsabea, indotta al peccato dal re Davide, costretto poi a eliminare Uria, spedendolo in battaglia. Morirà per difendere il regno di colui che gli ha tolto il bene più prezioso (Secondo libro di Samuele, 11 e 12 capitolo). Una storia di violenza e di soprusi del ricco Davide sul povero Uria, metafora di una tragedia sociale che si perpetua nel mondo di oggi, causando sofferenze alle categorie più povere e indifese. Mentre Buckley urla il suo dolore, Cohen mostra la poca fede nella bontà degli uomini.

Ho fatto del mio meglio, ma non era granché
Quello che non potevo sentire, ho provato a toccare
e ho detto la verità, non sono venuto ad ingannarti
e malgrado ciò
è andato tutto a rotoli
Starò davanti al Signore della Canzone
Con niente altro sulla lingua che un Alleluia

Jeff dichiarò in un’intervista: Hallelujah rappresenta qualcosa della mia vita, qualcosa che amo e che mi manca. Un giorno guardavo la casa a una mia amica, lei aveva lasciato una bottiglia di whisky fuori e io cominciai a bere così tanto da ubriacarmi. Diventai triste. Andai a suonare al Sin-è piangendo come un disgraziato. Cantai per la prima volta “Hallelujah”, in lacrime. Forse si riferiva alla storia sentimentale finita con Rebecca Moore, conosciuta nel concerto tributo a Tim Buckley, nella chiesa di Sant’Anna, il 26 aprile del 1991.

Leonardo, via mail, esalta l’interpretazione di Jeff Buckley: “Mettendo da parte il fatto che gli episodi biblici che cita – sono incontri che poi portano a eventi tragici, è il grido di chi l’amore lo ha scelto e lo ha vissuto fino in fondo. L’unico modo che credo esista sta proprio nel farsi consumare. È un’esperienza spesso dolorosa, che può non essere contraccambiata. E l’amore non contraccambiato è un’esperienza che in pochi riescono a sostenere. Jeff Buckley è rimasto bruciato da questo amore, ma non da mollare. Impaurito, timoroso, pronto ad estrarre la pistola per difendersi da altre ferite, ma non arreso. È in attesa, direi. È l’attesa ciò di cui mi parlano gli ultimi tre versi della canzone. Non ha visto nessuna luce, niente ancora gli si è manifestato. Ma non è neppure il pianto nella notte di un uomo spezzato, di chi ha visto tutte le speranze cadere, di chi riconosce che ha perso tempo o che ha perso l’ultimo treno per il compimento del suo desiderio più profondo. È il grido di lode, di invocazione, di un uomo che è capace di portare le sue ferite in una ricerca che sa essere ancora lunga, ma nella quale ha una speranza tale da poterla gridare. Non sa se esiste un Dio lassù, ma sa che esiste l’amore“.

In tanti (giovanissimi soprattutto) credono che il brano di Buckley sia l’originale, mentre quello di Cohen una cover mal riuscita, tale è la notorietà della sua versione. Alle masse, Tim è noto perché padre di Jeff Buckley! Nel brano di soprannaturale c’è solo la parola “alleluia”, ma quell’incontro da realizzarsi con la Luce – It’s not somebody who’s seen the light – è capace lo stesso di far vibrare l’anima degli ascoltatori.

Buckley considerava “Mojo Pin” e “Grace” canzoni spirituali. In origine, s’intitolavano And You Will (E lo farai) e Rise Up To Be (Risorgi). Perché Buckley le considerava “spirituali”? Le sue esecuzioni assomigliano, nella struttura, al canto gregoriano, oltre che al Qawwali. Buckley misticizza le sue interpretazioni: la sacralità è tutta nella sua voce, “una goccia di suono puro in un oceano di rumore” la definì Bono Vox. Molti brani di “Grace” hanno un’aria greve, straziante, per poi ascendere verso una luce. L’album è celestiale come il canto gregoriano, cupo e autodistruttivo come il punk.

La simbologia cristica di “Corpus Christi Carol”, un canto religioso del 1500, rimane intatta nell’interpretazione di Buckley, anche quando, in alcuni passaggi, manifesta gli stati d’animo peggiori, quelli che solitamente segnano i dischi dei Nine Inch Nails e dei Sonic Youth. Un ossimoro senza contraddizioni. Il brano è carico di riferimenti a Cristo morto e risorto, alla Vergine Maria ai piedi della croce, alla vita eterna dopo la morte.

On this bed there lyeth a knight
Sul quel letto (la Croce) giaceva un cavaliere (Cristo)

His wound is bleeding day and night
La sua ferita sanguina giorno e notte (i segni della Passione di Gesù)

By his bedside kneeleth a maid
Di fianco al letto stava una damigella (Maria, in piedi, davanti alla Croce del Figlio)

La strofa finale chiude così: And she weepeth both night and day… tradotto: E notte e giorno lei gemeva. Lei… l’umanità, gemeva le doglie del parto, prima di far nascere un nuovo mondo salvato dal sacrificio di Cristo. Chissà se ne era consapevole, Jeff.

Nelle varie interviste, definì Mojo Pin un sogno di un amore impossibile e Grace come quel tipo di eleganza che trascende ogni bruttezza fisica. Ai giornalisti parlava di Dio: «Chi è Dio? Non lo so. A livello subliminale, sono cresciuto cattolico. Cattolicesimo e voodoo. Sono la stessa cosa. La famiglia di mia madre era panamense. Credevano nel voodoo. Nessuna differenza tra il Papa e il brujo, lo stregone. Non credo nella religione organizzata, con un Dio seduto su un trono, tra le nuvole. Gesù non tornerà. È morto. Non ci resta che vivere da soli. È la musica l’unica cosa che ci resta. La musica contiene tutte le religioni. Esiste anche senza l’uomo. La musica è.»

Un battezzato che non amava la Chiesa: «Perché mostrano sempre Cristo che sanguina e muore sulla croce? Noi non ricordiamo John Lennon che giace con un buco in testa! Sono contro ogni religione. Sono contro l’organizzazione arbitraria di Dio come concetto. Dovremmo sperimentarlo individualmente, in modo puro. Non sono d’accordo con la separazione tra spirito e corpo, non credo che ne facciamo parte, non credo che Dio sia un uomo. In molte religioni non c’è posto per le donne. Non ci sono donne nella Trinità e io ne ho bisogno. Io amo tutte le donne. Provengo da una donna».

Buckley non conosceva la Bibbia. Avrebbe potuto rendersi conto che gli atteggiamenti di Dio nei confronti dei suoi figli sono materni, teneri. Come una madre e un padre misericordioso. Una spiritualità, la sua, senza legami con i dogmi e la tradizione cristiana, anche se la visione religiosa della vita – e il forte legame ad essa – appare in Grace. Spiegando il brano Eternal Life, disse: «È solo una canzone che parla di quanto sia breve la vita e di come non abbia un senso sprecarla, sforzandosi di rovinare l’esistenza di qualcun altro».

Dietro l’arte di Jeff Buckley, c’era un ragazzo ricoperto di piume d’angelo che ha vestito la musica di luce intensa e di dolore. In un tempo molto piccolo, ha visitato il mondo con la sua grazia, elevando l’esistenza troppo terrena di tutti: “Ti cercavo per avere esperienze trascendenti. Per essere portato via da me stesso. Via dalla solitudine e dall’alienazione”. La dedica cantata da Elizabeth Fraser dei Cocteau Twins a Jeff Buckley, nel brano “Rilkean Heart” (album “Milk & Kisses”).

Joni Mitchell nel Lamento per Jeff Buckley, all’indomani della sua scomparsa, scrisse: “Grazie, o Signore, per la sua canzone. Per la sua follia, orgoglio e passione. Sii lodato per la sua scintilla che ora sfreccia nel cielo della notte. Verso uno strano posto”.

Quel posto dove germoglia il fiore della nostra riconoscenza.


L’idea del post nasce dopo aver…

ascoltato “Opened Once”, inclusa in “Sketches for My Sweetheart the Drunk”
visto “Everybody Here Wants You”, un documentario della BBC su Jeff Buckley
letto alcune biografie da cui ho tratto dichiarazioni e riferimenti biografici dell’artista:
“Jeff Buckley – Un hipster con la testa d’angelo” – a cura di Riccardo Bertoncelli, Chiara Papaccio, Cristina Zambruni, ed. Giunti 1997
“Jeff Buckley – Aspetto nel fuoco, la prima biografia” di Chiara Papaccio, ed. Giunti 1999

dedicato a mia sorella Alessandra

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