Incontro con gli educatori di Azione Cattolica, diocesi di Oria: il report

“Ai no corrida” di Quincy Jones suona la sveglia. Sono quasi le cinque del mattino. Nulla

di strano se non fosse agosto, se non fosse per le (finte) vacanze da trascorrere in Calabria e in famiglia. Giorni di assoluto riposo, si fa per dire. Devo alzarmi e mettermi in viaggio, destinazione Ceglie Messapica (Brindisi). C’è da raggiungere un campo di formazione per giovanissimi ed educatori di “Azione Cattolica Ragazzi”, meglio nota come ACR. Mi sono detto: “Sì! Vale la pena guidare per sei ore, andata e ritorno. Parlerò a dei ragazzi, non capita spesso”. Il tema dell’incontro riguarda la comunicazione sui social. Arrivo a destinazione lì dove c’è un convento passionista di cui conservo cari ricordi, lì dove si mangia benissimo. Infatti gli animatori dell’Azione Cattolica diocesana mi rifocillano con un’abbondante colazione in un bar stracolmo di gente. Gli odori buoni dei cornetti e dei dolci in vetrina spiegano il motivo di tanta ressa al bancone.

Prendo il caffè e un cornetto come fossi un monaco trappista, cioè senza zucchero né crema. Si mangia e si beve per sopravvivere, eppure gli zuccheri mi terrebbero sveglio. Mi sento distante da questo locale così mondano, un  distacco causato dal sonno che combatto sforzandomi di tenere gli occhi aperti e stando in piedi. Confido nell’effetto eccitante della caffeina per restare lucido e cosciente.

L’autostima dopo poche ore di sonno è a livelli bassissimi. Penso alla probabilità di un fallimento comunicativo. Mi convinco della “sconfitta”. Avrà il sapore del mio caffè: “Tanto vale prepararsi e prenderla amara ‘sta bevanda”. Introdotto da una veloce presentazione, eccomi davanti ai giovani radunati nel paese messapico che mi piace. Senza sapere più cosa dire.

Sono in modalità “OFF”, mio malgrado. La stanchezza prende il sopravvento. Colpa mia perché sono andato a dormire tardissimo ieri sera, scordando di prendere le vitamine. Un genio. Non sono connesso con loro, lo avverto. I partecipanti mi guardano curiosi. Sembrano distratti, in una zona senza alcuna copertura di rete. Poteva esserci inizio migliore?

Niente accesso a internet, nonostante il sacrificio volontario di un animatore che dona i giga a disposizione e il suo cellulare che diventa un hotspot per un collegamento ormai compromesso. Comincio già a mietere le prime vittime. Avanti così.

Speravo d’interagire con loro attraverso Facebook per spiegare – nella pratica – certi meccanismi della rete, soprattutto per favorire la comunicazione personale e diretta. Abitiamo la

rete per questo unico motivo: raccontarci. Loggarsi a un social riflette il modo di stare al mondo di ognuno. A Molfetta (Bari) funzionò: “La tua immagine è tutto ciò che posso sentire e comprendere”.

Mi ascolto e intuisco d’essere tedioso. Prima di entrare in quella sala, sentivo ragazzi cantare a squarciagola. Li ho visti un attimo prima ballare, un momento dopo erano lì riuniti in cerchio e silenti, quasi condannati ad ascoltarmi. Che fare? Tutto quello che ho preparato nei giorni precedenti alla conferenza non serve a nessuno. Rielaboro velocemente lo schema dell’intervento, ripassando a memoria i punti della relazione, cambiandone l’ordine. Qualcosa devo pure inventarmi. Non ho una trama da seguire. Potessi scegliere, scomparirei come Mandrake dietro uno schermo in bianco e nero e col tubo catodico. Farei apparire una scritta soltanto: “Ci scusiamo per l’interruzione. Le trasmissioni riprenderanno il più presto possibile”.

Senza alcuna premeditazione, chiedo ai ragazzi di spegnere i cellulari, evitando di azionare la modalità “Silenzioso”. (Quando mancano le idee diventa obbligatorio giocarsi la carta della provocazione).

Siamo abili ad usare con discrezione lo smartphone, senza mai staccarci dal mezzo. Se la batteria sta per cedere, apriti cielo! Risposta unanime: “No, non possiamo”. Nessuno lo spenge. Nemmeno io. L’istigamento era al punto 3 della relazione scartata. L’ho giocato come jolly. Comunque l’avrei utilizzato – ma non subito – per dimostrare il posto che occupa il cellulare nella vita quotidiana. Diciamolo senza vergogna: c’è una sottesa dipendenza dal cellulare. Lì dentro c’è il mondo intero per un ragazzo e per un “tardivo digitale”. Gli affetti, i ricordi, gli amici e la mappatura dei sentimenti sono stipati là dentro.

Ho cominciato ad evidenziare i difetti della rete, le illusioni e gli inganni. Non mi piace fare l’inquisitore, ma qualche insidia si nasconde in internet. Meglio smascherarle subito. Siamo il Grande Fratello di noi stessi. Condividiamo tutto della nostra vita, dall’incazzatura vomitata in rete al braccialetto identificativo dell’ospedale dove siamo stati appena ricoverati. La privacy la barattiamo per pochi click, nei “like” di Facebook cerchiamo attenzione. Un delirio.

L’unico consiglio che ho impartito ai ragazzi è di essere gelosi della propria vita privata. Per il resto, la rete sviluppa da sé relazioni tra gli utenti. Un luogo dove possiamo, dobbiamo e vogliamo comunicare la gioia della fede e l’appartenenza alla Chiesa di Cristo.

Al rientro da una pausa di qualche minuto, i ragazzi fanno domande sulla mia attività di blogger. Non credevo fosse così interessante per gli altri. La prima domanda: “Quanti visitatori hai abitualmente?”. Rispondo che il valore di un articolo non si pesa con i numeri dei visitatori, con i “like” che ho eliminato dal sito. Abbiamo la sindrome di dipendenza dal “mi piace”. Come se si trattasse di una droga. Un “like” dà un senso di appagamento all’utente che lo riceve, lo fa sentire importante e apprezzato (via TechDifferent).

Da anni ho smesso di controllare i dati riguardo il sito su Google Analytics. Non m’interessa la visibilità in rete. Cerco invece un dialogo e un confronto culturale, non importa se con uno o più utenti. Probabilmente si sono ridotti al lumicino, saranno poche centinaia di lettori, o solo venti, oppure uno soltanto. Vale la pena scrivere su un blog perché offre uno spazio libero sul web. Un antidoto ai social, ambienti diventati asfittici, eccessivamente antropocentrici e vuoti di contenuti.

Noto che mentre parlo, cliccano sul blog. Lo esplorano. Non mi sono mai sentito così osservato come adesso. Il blog è una parte importante di me. Non ci rinuncerò mai, almeno finché potrò occuparmene. Poi il selfie finale e alcune foto, mentre mi regalano una maglietta ricordo. Chiedo di lasciare un messaggio sul dorso della t-shirt, come se fosse la bacheca di Facebook. Loro scrivono saluti e brevi considerazioni (vedi gallery in coda al post) e a voce parlano della passione forte per la musica e dello stare in gruppo.

Finalmente… la connessione, lo scambio di idee, le parole che generano un incontro. Il tentativo di comunicare è stato un lungo riscaldamento, come un motore diesel che deve scaldarsi prima di girare a pieni giri. Solo ADESSO sono pronto per interagire. Peccato, l’incontro è finito. Torno in Calabria sollevato, tanto prima o poi ci si vede in rete. E con la certezza di avere seminato comunque, di

aver ricevuto tanto. Tantissimo.

Grazie ragazzi.

 

Lascia un commento

Your email address will not be published. Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

You May Also Like