Intervista a Francesco D’Acri

Francesco, la prima domanda che mi viene spontanea è una soltanto: quanto ti è costato incidere un disco di cover?

Sinceramente poco. L’idea di fare questo disco è nata dalla mia esperienza live. Sono anni, infatti, che ispirandomi ai folk singer ed ai buskers come Glen Hansard suono in giro per i locali e per le strade della Lombardia, proponendo cover e canzoni mie. Spesso la gente mi ringrazia per come ho interpretato questa o quella canzone ed allora ho deciso di fare un disco di cover. È stato quasi un passaggio obbligato. Quello che mi è costato veramente fatica è stato riuscire a ricreare su disco l’intensità di una interpretazione live, considerando anche che le voci le ho registrate in completa solitudine nella taverna di casa. Su brani come “Don’t let us get sick” o “Against the wind”, ad esempio, ho dovuto interiorizzare il significato della canzone per cantarla come se fosse mia…Ti confesso che questo ha comportato uno sforzo interiore tale che in alcuni momenti ho dovuto interrompere la registrazione perché il cantato era rotto dall’emozione e dovevo prendermi pause di qualche minuto per riprendere a cantare. Insomma… se una fatica c’è stata è stata sotto il profilo umano e personale.

In “Over The Covers” pare che tu abbia voluto raccontare una storia intima e personale, a tratti dolorosa. Ogni traccia aggiunge un tassello al mosaico composto da 16 tracce. C’è l’estate e l’inverno (dell’anima) anche nel modo di arrangiarle e d’interpretarle.

Vero! Proprio a conferma di quello che dicevo nella risposta alla tua prima domanda. “Over The Covers” è un viaggio, un percorso. Non a caso il sottotitolo del disco è “A ladder to the stars” (“una scala verso le stelle”, trad.) che vuole proprio significare quanto questo lavoro per me rappresenta una salita verso le stelle, intese sia come dei punti di riferimento della musica che come segno di un significato più grande della musica stessa. Proprio come dice Bob Dylan al proprio figlio nella canzone “Forever Young” da cui è tratto il verso: ”May you build a ladder to the stars”. Ci sono il dolore e la nostalgia per una bellezza ormai irripetibile. L’amore corrisposto e l’amore tradito. La malattia. Il successo e le delusioni. La solitudine e l’amicizia. Il divertimento ed il nulla che a volte avvolge le nostre giornate ed i nostri rapporti. La forza di stare dove si è ed il coraggio di partire e mollare tutto. Insomma, c’è tutto quello che mi è servito per fare un percorso personale insieme alla musica. Del resto che senso ha la musica se non quello di farci fare un percorso che ci avvicini al senso delle cose? Così non fosse questo disco sarebbe solo un insieme di buone imitazioni che ricordano qualcuno più bravo di me. Ma non era affatto questa la mia intenzione. Mi fa quindi molto piacere che tu abbia notato che c’è una attenzione agli arrangiamenti ed alle interpretazioni, che rende personale il viaggio ed i 16 brani, come 16 tappe di un percorso.

Qual è il brano che più parla di te in questo disco?

Credo “Shelter from the storm”: è il brano che più di tutti parla di me e che meglio di tutti è riuscito a rendere la mia idea di questo disco. All’inizio si sente la voce del folk singer, che ricorda quella di un giovane Dylan, che emerge dalla confusione di oggi e che cerca di dare una direzione per la salvezza del mondo. C’è poi l’idea di provare a fare Dylan più di Dylan, sconvolgendo la struttura del brano mischiando le strofe, il cantato a due voci, il violino di Chiara Giacobbe che richiama melodie classiche. L’armonica di Andrea Giannoni che rappresenta l’individuo che cerca di emergere dall’apparente casino della società di oggi. Il tradimento, l’incomunicabilità, la salvezza che passa attraverso una donna, la figura di Cristo, l’utilizzo sia dell’inglese che dell’italiano senza confini ideologici o linguistici. …insomma… si dovrebbe ascoltare il brano per capire meglio cosa voglio dire. Fammi solo aggiungere che senza le intuizioni di Ivano Conti, il fonico che ha curato la registrazione degli strumenti ed il missagio del disco, questo brano sarebbe stato solo una delle tante cover di “Shelter from the storm” ed invece Ivano ha avuto la capacità di avvolgere la canzone come se vi fosse un’orchestra intera ad accompagnare il pezzo.

Il suono “legnoso” del disco da ossigeno a un brano invece claustrofobico come “Love Will Tear Us Apart”. Sei talmente “dentro” in quella storia che per un attimo ci scordiamo di Ian Curtis. C’è questa magia nell’album, le canzoni sembrano tue. Anzi, ti appartengono. E la firma in calce appena sotto il titolo in copertina lo conferma.

Sì, la firma è stata un idea di Luca Gadda, che ha curato la grafica. Per quanto riguarda la magia dell’album bhe… ti ringrazio. Ed è vero: era palpabile in sala di registrazione quando si è lavorato con i musicisti. Spesso sento chi si lamenta che non c’è più “la musica di una volta” o che sono rimasti solo i grandi vecchi del rock a fare buona musica. Io ho cercato di andar oltre ai ricordi, di attualizzare quelle canzoni, rendendole mie. Il titolo del disco vuole proprio dire questo:”Over The Covers”, ovvero un invito innanzitutto a me stesso ad andare oltre l’immagine che queste canzoni hanno nella nostra memoria musicale e personale. Se quelle canzoni sono state vere anche solo una volta devono esserlo anche adesso. Altrimenti, come dice Springsteen “is a dream a lie if it don’t come true or is it something worse” (cit, “The River”, trad: “Un sogno è una menzogna se non diventa vero. Oppure anche qualcosa di peggio”). No, il rock è una cosa seria. E questo non dipende dalla canzone ma dall’interprete. Il problema della verità di quelle canzoni è tutto e solo personale: se non ti dicono più niente adesso è perché non ti hanno mai detto niente. Perché le hai vissute come un sogno, fantastico, ma inutile. Adolescenziale. In merito a “Love will tear us apart” ho cercato di portare alle estreme conseguenze il significato della canzone, esasperando quella incomunicabilità che ha portato Ian Curtis a scrivere il brano. Frasi tronche. Parti del testo saltate a piè pari. Melodia sconvolta. Arrangiamenti minimalisti fatti solo da incroci di chitarre acustiche e classiche. Non spetta a me dirlo, ma credo che questa versione di “Love will tear us apart” scavi dentro la canzone dei Joy Division, facendo emergere aspetti anche più tremendi e contemporanei dell’originale.

Suppongo che dal vivo scopriremo modi sempre nuovi di interpretare le 16 canzoni del cd, è così? Soprattutto: dove suonerai prossimamente?

Più o meno… tutte le canzoni le ho già eseguite dal vivo ed alcune le eseguo, a seconda del momento o della serata, in modo diverso. Mi piace improvvisare sentendo l’umore del pubblico come nella migliore tradizione busker. Qualche giorno fa sono stato ospite di Lugi Grechi De Gregori (fratello di Francesco ed autore de ”Il bandito e il campione”, nda ) sul palco del Nidaba a Milano. Prossimamente suonerò il 16 Maggio in strada al Parco Sempione insieme all’amico Luca Rovini, il 29 Maggio al To Tap Rock&Roll bar sempre a Milano. Per chi non è di Milano il 18 Maggio dovrei essere ospite di Red Ronnie a Bologna in occasione di una serata dedicata ad Alessandro Bono negli studi della TV Roxy Bar. Dovrei cantare una versione acustica di “Gesù Cristo”, la canzone che Bono portò a Sanremo.

Un disco molto diverso dal precedente “Che cosa sei”. Canti in inglese e non hai incluso nessuna canzone del repertorio musicale italiano. Scelta voluta o casuale?

Hai introdotto un argomento molto interessante. La cosa è voluta ed ai più potrebbe sembrare “ovvia”. In verità, come ho già detto, il disco nasce dalla mia esperienza dal vivo, dove canto sia in italiano che in inglese e la cosa, dal vivo, funziona …purtroppo su disco le cose sono molto più complicate. A proposito del mio primo disco “Che Cosa Sei”, ad esempio, devo dirti che ho attinto a tutte le varietà musicali che fanno parte della mia storia e del mio repertorio, cercando di usarle in modo da fare passare il contenuto e non una immagine musicale. La cosa non è stata capita dai più ed il giudizio che molti ne hanno dato è stato di un disco fatto senza un messaggio chiaro. Quando è uscito “Che Cosa Sei” ho capito che in Italia prima di ascoltare un disco i giornalisti guardano chi è il cantante, se l’agenzia che lo segue gestisce, ad esempio, artisti indie o pop, se canta in inglese o in italiano, quali potrebbero essere i suoi riferimenti e da chi prende ispirazione, se i musicisti che suonano nel disco sono session men o parte di un progetto, etc… etc… solo dopo ascoltano la musica. Saper ascoltare non è facile, soprattutto oggi. Insomma… la musica di un artista è diventata un di cui della sua immagine anche nel mondo indie o come diavolo lo si voglia chiamare. Se avessi fatto un disco “misto”, ovvero sia in italiano che in inglese, sarebbe apparsa ancora una volta una scelta confusa e poco chiara. Nel caso delle cover ho come l’impressione che si giudichi più il modo in cui interpreta il “mito” del rocker o del folk singer piuttosto che quello che hai da dire… Sembra che 50 anni di scopiazzamenti sistematici e catalogazione ideologica abbiano appiattito le orecchie degli Italiani e degli esperti del settore, al punto che sei costretto a fare un lavoro che sia riconoscibile innanzitutto nell’immagine per poterne poi fare passare i contenuti. Con “Over The Covers”, quindi, ho voluto dimostrare che l’originalità di una proposta musicale non è copiare bene dissimulando, ma dire qualcosa di nuovo con il linguaggio di tutti. Per poterlo fare sono stato costretto a fare solo canzoni in inglese e, contrariamente a quanto fatto spesso da altri, canzoni che fossero molto note. Altrimenti poteva sembrare solo un caso…

Una canzone che ti piacerebbe aver scritto.

“Thunder Road” di Bruce Springsteen.

Un cantante emergente italiano cui non faresti mai suonare la tua chitarra.

Ah, ah, ah! No, guarda… su questo io sono estremamente democratico. Basta che la sappia suonare, per me può suonarla chiunque. Anzi, magari ultimamente ad alcuni farebbe bene suonare di più e parlare di meno…

L’industria musicale in Italia pare abbia puntato tutto sui talent. Io ne sono vittima, infatti ho dovuto regalare negli ultimi mesi quattro dischi di vari e strani idoli musicali televisivi (mea culpa). Per un musicista e un compositore come te la vedo dura.

Oddio…il discorso è molto complesso. L’industria musicale si è trovata costretta a puntare sui talent. Questo sia a causa di diversi errori di superficialità commessi dalle case discografiche che per elementi esterni come internet, la musica liquida, la mancanza di nuovi grandi talenti a livello mondiale e la facilità con cui ormai si può arrivare a produrre un disco. È sicuramente un dato di fatto che ci sia troppa musica nel mondo, più di quanto possiamo ascoltarne. Questa offerta ben superiore alla domanda ha portato, paradossalmente, molta ignoranza negli ascoltatori. Mi colpisce pensare che quando suono in un locale le stesse persone che con estrema facilità spendono 10 Eur per un Happy Hour, storcono il naso quando per la stessa cifra gli proponi il tuo disco, come se cercassi di rifilargli una fregatura. E’ abbastanza frustrante, ma un po’ li capisco… chissà quanti dischi inutili hanno a casa o in macchina…Pensare che i Talent siano un male in quanto tale non rende onore alla verità. Il produttore artistico di X-Factor è tale Lucio Fabbri, un grande musicista italiano ed ottimo arrangiatore. Il punto è che il valore musicale passa in secondo piano e prima di esso viene l’immagine “televisiva” del cantante. Chi decide chi può vincere o andare avanti è gente che da la precedenza a modelli di business televisivi o al massimo radiofonici. Da questo punto di vista i talent contribuiscono all’involgarimento della musica, questo si. Ma io credo che sia solo una questione di tempo: la musica buona dura nel tempo, quella commerciale no. Altrimenti non si spiegherebbero le miriadi di cofanetti e di dischi di cover che vengono lanciati sotto Natale. Tutt’ora i Beatles, Battisti o Springsteen vendono più dischi degli artisti dei talent.

Pro o contro i servizi in streaming di musica? (I compensi sono assai miseri per gli artisti)

A mio avviso è un falso problema… che ci sia la musica in streaming, così come i film, è un dato di fatto. Puoi bloccare la cosa? No. Magari potrebbe valere la pena tornare a puntare sul vinile, che ha comunque un suono ed un significato che la musica digitale non avrà mai. Più in generale credo si dovrebbe dare più spinta alla musica live dal basso, ovvero non solo ai grandi eventi delle star internazionali. Questo porterebbe più visibilità agli artisti meno noti con una nuova attenzione anche alla loro musica. E forse la gente ricomincerebbe a comprare dischi.

Credi in Dio?

Il tuo cd “Over the Cover” è rimasto incastrato nel lettore. Le ho provate tutte, ma non vuole uscire da lì. Mi dai un consiglio per risolvere il problema?

Ah, ah, ah! Non ci crederai ma è successo anche a me! Ti giuro! Non c’è problema comunque. Ti posso spedire un’altra copia così puoi sentirlo anche a casa. Per chi invece volesse, può comprarlo sul mio sito: www.francescodacri.com

Grazie Max! Ed a presto!

Alla fine dell’intervista penso: “In fondo, mi fa comodo aver un buon cd incastrato in quel benedetto lettore. Rimarrà sempre lì a disposizione per regalarmi bei momenti musicali”. 

Francesco D'Acri

Francesco D’Acri

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