Una grazia che consola

La musica è spettrale. C’è un uomo, David Bowie – Lazarus fasciato dalla morte, un altro uomo – ancora Bowie – che scrive, si contorce, lotta e alla fine si rinchiude, risucchiato da una forza invincibile, in un armadio. Come in una bara. Si deve alla cultura di massa – alla musica pop e a un video musicale – una delle più potenti rappresentazioni dell’irrappresentabile per eccellenza: l’agonia, la lotta per la vita, il desiderio di liberazione. «In Lazarus David Bowie – racconta padre Massimo Granieri, passionista, ideatore e curatore di “Arena dei rumori”, il più approfondito sito italiano su musica e spiritualità – si rivela come un uomo morente. Nel mondo della musica nessuno muore mai, caso mai si entra nel mito. Eppure Bowie ha distrutto la sua leggenda, levando la maschera ai tanti suoi personaggi, perché in pericolo e prossimo alla fine». Ma non erano solo canzonette? Non lo sono, come racconta Granieri che ci guida in un appassionato percorso musicale. Non è un caso che la musica popolare non ha mai smesso di confrontarsi con la morte. «Una morte che Lou Reed non accetta in Magician. Ci sono versi che impressionano: “Liberami da questo corpo/ da questo peso che si muove accanto a me/ Lasciami abbandonare questo corpo, lontano/ Sono così stanco di guardarmi / Detesto questo corpo di dolore”. Il dolore insopportabile che sfigura il corpo fa desiderare una rinascita, non una redenzione. La sofferenza non ha un valore salvifico e Lou Reed lo dice a chiare lettere nello stesso album Magic and Loss in What’s Good: “A cosa è servito un cancro in aprile?”».

C’è un’altra ostensione del dolore e della fine che fa, ormai, parte della storia della musica: quella di Johnny Cash, raccontata nel video di Hurt. Il volto del cantante appare gonfio, i capelli radi. La voce ridotta a un sussurro. «Il momento più emozionante del video – racconta Granieri –, è quando Cash, volgendo lo sguardo a sua moglie, canta: “Cosa sono diventato, amica mia dolcissima? Tutti quelli che conosco alla fine se ne vanno”. In piedi c’è June, compagna e amica di sempre, cui fu diagnosticata una grave malattia cardiaca il giorno prima della registrazione del video. Lo sguardo di lei fisso su Cash esprime la consapevolezza della propria mortalità».

Quello di padre Granieri e la musica è un rapporto antico. «Fu il punk – ricorda – a influenzare il mio modo di pensare e di agire. Chi suona il punk impugna una chitarra e un microfono, pur non sapendo suonare né cantare. Dunque anch’io potevo decidere di diventare qualcuno». I primi amori musicali? «Quand’ero giovane John Lennon fu il mio punto di riferimento. Leggendo e documentandomi, ho conosciuto il suo lato oscuro. Fu devastante. Ora seguo Mavis Staples, mi piace il suo gospel, c’è una grazia che consola. Trasmette speranza». In un pezzo su Jeff Buckley, apparso sul suo sito, Granieri parla «di un amore ferito, un alleluia al contrario, un vomito colleroso». Il conflitto tra grazia e dannazione sembra essere una costante della musica pop. «I Depeche Mode sono l’emblema di questo conflitto. C’è una loro canzone in cui convergono grazia e dannazione, The sinner in me. Il verso finale recita così: “Se solo potessi nascondere il peccatore dentro e tenerlo rinnegato/ Quanto dolce sarebbe la vita se potessi liberarmi/ Non sarò mai un santo”».

Quali sono le tracce di spiritualità più originali che questo appassionato “archeologo” della musica ha scovato? «Il più sorprendente è stato Reflektor degli Arcade Fire. Nell’omonimo brano si cerca una salvezza senza mai raggiungerla. Del testo m’impressiona questo passaggio: “Pensavo mi avresti portato da chi mi avrebbe fatto risorgere, ma alla fine si è rivelato solo un riflettore. Ci rivedremo nell’aldilà?”. La speranza di una vita nuova si rivela artificiale, bugiarda. Il contrario di quanto canta Richard Ashcroft nella sua nuova canzone This Is how it feels: “Finalmente a casa e al sicuro, prega perché il sole torni a splendere”. In Ashcroft la felicità si fa trovare, come nel Vangelo di Luca (11,10). Mi ha commosso il nuovo album di Giovanni Caccamo, Non siamo soli, in cui si canta di Qualcuno a noi vicino specie

quando ci sentiamo soli. E consiglio di ascoltare gli ultimi dischi degli Zen Circus e di Enzo Avitabile, per niente banali riguardo la religione».

Fino a poco tempo fa nei confronti del rock e della cultura di massa in generale c’era una forte ostilità. Ma le cose ora sembrano davvero cambiate. «Di questo cambiamento ho avuto la percezione qualche giorno fa quando ho partecipato a un incontro di pastorale giovanile nella diocesi di Cosenza. Al termine della catechesi biblica, sono stati letti alcuni versi di un brano di musica leggera, È l’amore che conta di Giorgia. Quel brano ha amplificato la potenza di un passo biblico. E di questa complicità ne sono rimasto sorpreso e felice».

Intervista pubblicata sul quotidiano “Avvenire” del 5 aprile 2016

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