La favola infinita dei R.E.M.

Erano gli anni ottanta. In tasca poche lire e un banale sogno, l’unico: comprare uno stereo “spacca tutto” nonostante la pezzenteria provocata da un lavoro instabile. Impiegato part-time in radio, i vinili erano come il pane a tavola. Non mancavano mai, li ascoltavo in un piccolo studio di registrazione in assoluto silenzio e relax. Ho nostalgia di quei momenti, forse l’unica cosa che mi manca del mondo “vecchio” abbandonato nel 1994. Musica amplificata ai massimi livelli. I vinili bisognava poi riporli negli scaffali. Avrei voluto invece rubarli, come quelli dei Ramones e di Elvis. Adoravo come reliquie i 45 giri di Louis Armstrong, di Chuck Berry, dei Jam e di Tina Charles.

Andavo ai magazzini della Standa e compravo dischi a prezzi stracciati (5.000 lire), senza avere a casa neanche un giradischi per suonarli. L’importante era possederli, oggi invece con lo streaming accade il contrario. Il primo vinile acquistato fu “Fables Of The Reconstruction” dei R.E.M. Quella mattina alla cassa dell’ipermercato, in ordine di gradimento, portai pure “Houses Of The Holy” dei Led Zeppelin, “Zenyatta Mondatta” dei Police e “October” degli U2.

Per osmòsi ricordo il primo nastro originale “Lo Schiaccianoci – il Lago dei Cigni” di Pëtr Il’ic Cajkovskij acquistato per 1.100 lire, facendo trasalire di gioia mio padre che qualche tempo prima mi ordinò di tagliarmi i capelli e di levare dalla vecchia giacca di jeans Levi’s le toppe dei Saxon e dei Van Halen. Tolsi via solo quella dei Saxon, era troppo tamarra. Aggiunsi una spilla dei Clash. E ancora, i primi due cd presi a prezzo conveniente (9.000 lire) furono una raccolta di Jimi Hendrix (la migliore finora pubblicata) e “Uh – Huh” di John Cougar Mellencamp.

Avevo letto dei R.E.M. in una recensione apparsa su un numero di “Time”. Erano al loro quinto disco in uscita, correva l’anno 1986: “Life’s Rich Pageant”. Mi piacevano e molto. Comprai tutti i dischi pubblicati con la IRS Records, continuai ad acquistarli in vinile fino a “Automatic for the People”. Poi i cd, i file audio su iTunes eccetera. Cominciò una vera passione per la band, insieme ai Church, The Chills, gli Smiths, Talking Heads, i Grant Lee Buffalo e The Psychedelic Furs. Dal punk se ne esce vivi solo con la new wave…

Finalmente un lavoro strapagato mi diede la grana necessaria per acquistare uno stereo. Negli anni collezionai tutto ciò che riguardava i R.E.M., specie libri che tentavano di spiegare inutilmente il significato di “Losing My Religion” e bootleg. Il primo Ep “Chronic Town”, introvabile prima della nascita di Amazon, mi fu donato quattro anni fa dal fraterno amico Silvio Ottanelli. Lo possedevo perché incluso nel cd “Dead Letter Office”, ma non era la stessa cosa. Un collezionista vuole tutto, un pezzo dopo l’altro.

I R.E.M. non ci sono più ed è un bene. Esaurita l’ispirazione, hanno fatto la cosa giusta e cioè sciogliersi. Ci rimane l’ultimo cd “Collapse Into Now” che adesso suono su Spotify come se qualcosa o Qualcuno mi avesse spinto a farlo. Chissà, un ricordo o una melodia rimasta in testa. Sarebbe bello poterlo ascoltare a tutto volume con un super stereo! Verrebbero giù le mura del convento. Leggendo in rete alcune interviste ai R.E.M., ho approfondito i temi fondamentali

dell’album e conosciuto le intenzioni degli autori. Uno su tutti: vivere il presente.

Michael Stipe, leader e vocalist del gruppo, afferma che c’è stato un involontario influsso buddista nella stesura dei testi di “Collapse Into Now”. Una scrittura che non guarda al passato né al futuro. Il Buddhismo insegna ad assumere un atteggiamento interiore definito “il qui ed ora” per interagire con sé stessi e con la realtà in cui l’uomo vive. Abitare il presente con la massima pienezza ed intensità, consapevoli delle proprie sensazioni interiori (grazie Wiki). Dunque il hic et nunc buddista è il leitmotiv di “Collapse Into Now”.

Probabile che Stipe non conosca il versetto biblico tratto dal libro di San Matteo: “Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena”. Cita i generi letterari del linguaggio parabolico e dell’allegoria usati nella Bibbia nel brano “It Happened Today” per testimoniare – senza l’uso di metafore – l’attimo in cui sprofonda e rinasce, guadagnandosi le ali:

Questa non è una parabola, questa è una terribile cosa
Sì, lo metterò in rima 

Dopo tutto quello che ho fatto oggi
Mi sono guadagnato le mie ali

È successo oggi…

Lasceremo l’allegoria per un’altra storia della Bibbia
Fuori dall’ossequio, dalla provocazione, dalla scelta…

Comunica uno stato viagra sans ordonnance d’animo “suonando le campane di una chiesa fino a farsi sanguinare le orecchie” in “All The Best”. Scala le montagne (come Bono Vox in “I Still Haven’t What I’m Looking For”) per soddisfare un desiderio in “Mine Smell Like Honey”. L’odore di miele ricorda un verso del Cantico dei Cantici: “Le tue labbra stillano nettare, o sposa, c’è miele e latte sotto la tua lingua e il profumo delle tue vesti è come quello del Libano”.

“Walk It Back” potrebbe narrare la storia di Lot, nipote di Abramo, e di sua moglie. Invitati da Dio ad abbandonare la città che abitavano, Sodoma, prossima all’ira divina per i suoi tanti peccati, non dovevano indugiare nella fuga né voltarsi indietro, per non rimpiangere qualcosa di non gradito al Signore. La canzone parla di retromarce esistenziali inutili e deleterie. Perché rischiare l’immobilismo? Bisogna reagire, muoversi e vivere, cogliendo l’attimo. La moglie di Lot esitò, si voltò indietro e divenne una statua di sale (Genesi 19,26). Volgere lo sguardo al passato equivale a morire: è il messaggio del brano più malinconico dell’album.

In “Oh My Heart” il presente è un posto dove tutto può cominciare con lo stesso entusiasmo di un ragazzo che vive nel mondo e si approccia al nuovo con fiducia: “The kids have a new take. A new take on faith”.

La chiusura del cd “Collapse Into Now” è affidata al brano “Blue”. Il colore indica un’introspezione esercitata in tutte le tracce del disco, gocce d’acqua che formano un mare di passioni in cui perdersi. La canzone è una poesia recitata insieme a Patti Smith, amica di Michael Stipe, già presente in “E-Bow the Letter” dell’osannato album “New Adventures in Hi – Fi” (1996).

Una strofa lascia a bocca aperta:

I am made by my times
I am a creation of now
Shaken with the cracks and crevices
I’m not giving up easy
I will not fold
I don’t have much
But what I have is gold

La traduzione in italiano suona così: “Io sono fatto per il presente. Io sono una creazione di oggi. Scosso con fessure e crepe. Io non mi arrendo facilmente. Non mi piego. Non ho molto, ma quello che possiedo è oro”. La summa perfetta, l’idea fondante del disco.

“UBerlin” – la canzone più nota dell’album – l’associo a una pagina del romanzo “1984” di George Orwell: il protagonista Winston Smith cerca un referente, una persona con cui parlare per uscire dall’isolamento imposto dal regime. Canta la solitudine. Un sentimento misto al desiderio di cavalcare una stella per volare lontano e non sentirsi più emarginato. Il protagonista rifiuta di omologarsi, esce da se stesso per rivelarsi e trovare un senso alla propria vita. Il brano rappresenta il tormento, lo strazio che soggiace in un disco comunque solare e positivo. Un album che riesce ancora a sorprendere, nonostante gli anni trascorsi dalla sua prima pubblicazione nel 2011.

La visione e l’ascolto dell’album dei R.E.M. è personale, come tutte le riflessioni sulla musica finora condivise nel blog. In un’intervista, fu chiesto a Michael Stipe il significato di una traccia dell’album. Egli rispose: “Suggerirei di ascoltare il brano un paio di volte e capirlo da solo e di dare la propria interpretazione”.

Be’, ho seguito il suo consiglio e ho scritto impressioni su “Collapse Into Now”. Un disco da non dimenticare, come la band che lo ha scritto, suonato e consegnato agli ascoltatori.

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