L’ascensione dei Coldplay

I Coldplay pubblicano nel 2008 Viva la Vida or Death and Hall His Friends, tra la curiosità dei fans e le accuse di pungenti detrattori. L’esordio dell’album, infatti, non è dei più fortunati. Gli americani The Creaky Boards accusano i Coldplay d’aver copiato in Viva la Vida una loro canzone The Songs I Didn’t Write (titolo adatto alla situazione). Successivamente, su YouTube appare in video un’altra imputazione di plagio.L’involontario ispiratore sarebbe il chitarrista Joe Satriani, con il brano If I Could Fly. Sul web, alcuni bloggers inglesi battagliano da tempo contro Chris Martin, frontman del gruppo, deridendo le sue idee filosofiche e religiose.

Recita la descrizione di un blog: “C’è un solo Dio e Chris Martin è il suo profeta”, sotto una foto ritoccata al Photoshop del Sacro Cuore di Gesù che raffigura Martin come il nuovo Messia. Riguardo una presunta spiritualità dei Coldplay, il leader Martin asserisce: “Non lo so se c’è Allah, Gesù o Zeus. Io quasi protendo per Zeus”. Qui c’è il timore d’essere confinati in una professione di fede che non appartiene al background culturale della band e che li renderebbe simili in tutto, anche nelle convinzioni, agli U2.

RIFERIMENTI
Già, perché i riferimenti alla band irlandese sono continui nella loro discografia, a tal punto che il produttore scelto per il loro ultimo album è niente po’ po’ di meno che Brian Eno, colui che ha fatto le fortune di Bono e soci.

I Coldplay non sono riusciti a colmare quel vuoto che gli U2 avevano lasciato negli anni novanta, ibernatisi per scelte artistiche dubbie da Rattle and Hum fino a All That You Can’t Leave Behind. Colpa di How to Dismantle an Atomic Bomb che suonò inaspettamente quel “proto-punk” familiare ai fans della prima ora, tornati pentiti all’ovile della band di Dublino. Tanto vale rassegnarsi e tessere relazioni con gli U2, emulandoli. Un approccio diretto ci fu nel 2001, tra Chris Martin e parte degli U2 (mancava solo Adam Clayton), per la registrazione di una cover di Marvin Gaye – a scopo benefico – What’s going on. Con la supervisione di Brian Eno. Punto di partenza d’una collaborazione tra Coldplay e U2 per cause umanitarie condivise, come l’iniziativa RedWire, un servizio di download (audio e video realizzati in esclusiva) il cui ricavo è devoluto all’associazione fondata da Bono Vox, per combattere malattie come l’Aids e la tubercolosi in Africa.

Cause umanitarie a parte, i mitografi si affidano a Brian Eno, capace di costruire il successo planetario degli U2 con The Unforgettable Fire e The Joshua Tree. Sarà un caso, ma Viva la Vida è il quarto disco di inediti dei Coldplay, così come The Unforgettable Fire per gli U2. Un buon segno premonitore? Per la cronaca, nella produzione artistica del disco c’è anche Timbaland, ma è Eno a lasciare un segno indelebile nella musica dei Coldplay. I due dischi quasi si sovrappongono. La parte strumentale del branoYes è la velocizzazione di Indian Summer Sky degli U2, strizzando l’occhio a I Will Follow (album Boy). Così Strawberry Swing che ripropone la timbrica di Elvis Presley and America, brano U2 fatto suonare all’incontrario da quel genio di Brian.

CEMETERIES OF LONDON – VIVA LA VIDA
Le connessioni con gli “You Too” arrivano fino a Cemeteries of London. Il riff della chitarra di Johnny Buckland ricorda In God’s Country inclusa in The Joshua Tree. La somiglianza riguarda non solo gli arrangiamenti. Nel brano degli “U Due” si canta la condizione degli immigrati irlandesi del primo ‘900, allo stremo delle forze fisiche e morali per non aver raggiunto l’attesa prosperità nel paese di Dio, gli Stati Uniti d’America. Come gli israeliti in fuga dall’Egitto verso la promised land, luogo di riscatto sociale ma anche di disperazione, assurto a simbolo nell’immaginario rock da Chuck Berry Bruce Springsteen.

Una terra evocata nel libro del Deuteronomio, lì dove scorre il latte della fede e il miele della ricchezza: “Il Signore ci condusse in questo luogo e ci diede questo paese, dove scorre latte e miele” (Dt 26,9). Ma il popolo dai capelli rossi nel paese di Dio patirà la fame e la sete, come i londinesi in Cemeteries of London, in una superficie arida e irrigata dal sudore degli uomini, affaticati nel cercare un Dio che non si fa trovare: “At night they would go walking. Til the breaking of the day… Through the dark streets. They’d go searching. To see God in their own way”. La seconda parte del brano è la copia carbone del Prologo di san Giovanni: “Venne (Gesù) fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1,11).

Il Martin geometra misura la distanza tra lui e Dio, questa volta manifesto ma non accolto: “I see God come in my garden. But I don’t know what he said. For my heart it wasn’t open. Not open”. Vanifica l’efficacia della Parola di Dio, come invece canta Sting in History Will Teach Us Nothing (album Nothing Like The Sun):“If God is dead and an actor plays his part. His words of fear will find a place in your heart”. Lo scrive San Paolo nella lettera agli Ebrei: “La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio” (Eb 4, 12)

L’arameo errante Martin sente le campane di un’altra città, questa volta santa, un tocco che lo guida verso Gerusalemme – la sua terra promessa, metafora di un cammino di fede inesorabile. Lo canta in Viva la Vida: “I hear Jerusalem bells a-ringing…”. Un esule in cerca di riparo, lontano dai nemici combattuti in mille battaglie: “Revolutionaries wait. For my head on a silver plate. Just a puppet on a lonely string…”.

Chris Martin è sulla soglia della porta santa. Ripete a memoria i versetti del salmo 90: “Il Signore ti coprirà con le sue penne, sotto le sue ali troverai rifugio… Mille cadranno al tuo fianco e diecimila alla tua destra, ma nulla ti potrà colpire”. Un re solo e sconfitto: “Una volta dominavo il mondo. I mari si sarebbero aperti se solo avessi proferito parola. Ora al mattino dormo da solo. Spazzo le strade che una volta possedevo”. Con il cuore gonfio di lacrime: “One minute I held the key. Next the walls were closed on me. And I discovered that my castles stand. Upon pillars of salt and pillars of sand”.

L’uomo sveste i panni della rockstar e cerca conforto nella religione, pur sapendo che la Green Card non gli verrà concessa: “For some reason I can’t explain, I know St Peter won’t call my name”. Escluso dalla cittadinanza d’Israele – San Pietro non lo chiama perché non ne è degno, senza ragione e senza Dio in questo mondo (cf. lettera di San Paolo agli Efesini, 2,12).

Liriche come le poesie di Edgar Lee Masters (Antologia di Spoon River), un azzardo già visto e ascoltato in Italia nel 1968 nell’album Senza Orario Senza Bandiera dei New Trolls, scritto e prodotto da Fabrizio De André. Un brano come Signore, io sono Irish scritto dal poeta Riccardo Mannerini e incluso nell’album dei Trolls, diventa il prototipo di un genere, quello cimiteriale, esplicitato dai Coldplay in Cemeteries of London. In entrambe le canzoni c’è la richiesta a Dio di quel dono che non si possiede: la fede.

LOST x4 – L’ACQUA
Per comprendere quella “presunta spiritualità” riferita all’inizio dell’articolo, bisogna analizzare l’Ep Lost! composto da versioni differenti dello stesso brano già presente in Viva la Vida, ascoltare altre produzioni minori dei Coldplay che spiegano la tensione verso l’infinito, con Viva la Vida come riferimento massimo. La canzone Lost sembrerebbe trattare il tema della morte, ma in realtà è il tentativo di liberarsi dal peccato originale che ha reso mortali gli uomini. Nell’ep la parola lost è seguita da quattro simboli diversi: il punto esclamativo (!), il punto interrogativo (?), la @ usata nel web [indica la versione live di un disco] e il segno +.

Simboli da decriptare, come se i Coldplay avessero preso in prestito la letteratura apocalittica per scrivere testi di pop rock nel terzo millennio. Contrassegni accomunati da un elemento, l’acqua, quella che nella tradizione vetero testamentaria segna una conversione e lava il lerciume, come è scritto nel libro di Ezechiele: “Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure… Toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne” (Ez 36, 25-26).

L’acqua del Nuovo Testamento in cui Dio comunica la sua vita.

Non c’è un album dei Coldplay dove l’acqua, il fiume, gli oceani, non appaiono. Spies (Parachutes), Clocks (A Rush Of Blood To The Head), X & Y (X & Y), Cemeteries Of London / Lost! (Viva la Vida).

L’acqua bagna i Coldplay nei battisteri dei loro dischi, lì dove – sepolti – rinascono (cf. rito del Battesimo). In apnea nelle acque inquiete della loro anima, affiorano più volte in superficie. In Lost riprendono fiato, s’immergono di nuovo, in una guerra fratricida tra la vita e la morte.

CRESTS OF WAVES
La liturgia battesimale comincia in Crests of Waves (Ep Clocks), per chi scrive è il brano più rappresentativo dei Coldplay, bello come un diamante grezzo, profondo come le onde del mare che sovrastano un Martin in pericolo: “Poteva andare peggio. Potevo ritrovarmi da solo. Potevo essere chiuso qui tra me e me. O come una pietra che certamente cade. Non si ferma, no. Potevo essere abbandonato. O potevo essere salvato. Urlando da sotto le onde. Colpito da questa pioggia fangosa. Mai più”. Come se Christ Martin fosse giunto alle sorgenti del mare e passeggiato nel fondo dell’abisso (cf. libro di Giobbe 38,16).

E’ Giobbe mentre prova la sensazione spiacevole dell’acqua salata in bocca, della paura di annegare nel mare in tempesta. Chris Martin accetta il dolore, senza porsi troppe domande sulle cause, e reagisce. Mentre discende agli inferi, la tentazione di lasciarsi andare è forte: “Vuoi fermarti appena prima di iniziare. Vuoi affogare quando sai che potresti nuotare”. Invece eccolo riemergere alla luce della vita:“Non rinunciare. Non rinunciare”. Il dolore che purifica ribalterà poi valori e bisogni: “Niente ha importanza. Solo la vita e l’amore che diamo”.

LOST 
In tutte e quattro le versioni di Lost, i buoni e i cattivi perdono e vincono allo stesso modo, come è scritto nel vangelo di Matteo: “Il Padre vostro celeste, fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (Mt 5,45). L’interpretazione della giustizia divina in Martin è distorta, manca la comprensione della misericordia, di un Dio che ama santi e peccatori allo stesso modo (Prima Lettera di Giovanni 3,10-24). Perché siamo tutti uguali di fronte alla morte? Perché faticare, sacrificarsi e illudersi, quando invece siamo nulla e tutto svanisce (pur credendo di essere forti e potenti)? E’ la rabbia di Lost!: “Just because I’m losing… You might be a big fish. In a little pond. Doesn’t mean you’ve won. ‘Cause along may come a bigger one”.

In Lost? la voce di Martin non si quieta, anzi. L’accompagnamento al pianoforte produce un’aria greve, una miscela di gas nervino che condanna l’anima al trapasso. Quel punto interrogativo diventa lo sventolio di fazzoletti sulla banchina di un porto per salutare una nave fantasma (la vita), quel vascello che attraverserà gli abissi per sparire nell’oceano: “And you’ll be lost! Every river that you tried to cross. Every gun you ever held went off. Ohhh and I’m just waiting til the firing’s stopped. Ohhh and I’m just waiting til the shine wears off”.

Riguardo Lost? i Coldplay sul web hanno lanciato un concorso tra i fans: Lost? Video Competition. Professionisti della macchina da presa e semplici amatori si sono cimentati nella creazione del videoclip del brano. David Bowie e Paul McCartney docet. Tra i tanti, un video attualizza la parabola del Figliol Prodigo (Luca 15, 11-32). Pur se a tratti imbarazzante e retorico, il mini progetto prova che il pubblico sa cogliere la tensione spirituale del brano e la reinterpreta, a modo suo.

La partecipazione di Jay-Z carica di pathos la versione Lost+. Al rapper americano è affidata la parte inedita del testo, per scuotere dall’autocommiserazione chi crede che ormai tutto sia finito. In perfetto stile gangsta rap, il profeta Jay-Z spiattella il suo vaticinio a Chris Martin: “With the same sword they knight you, they gon’ good night you with… That ain’t even the half what they might do… See Jesus… If you succeed, prepare to be crucified”. Jay – Z chiude la preveggenza profetica, con una domanda: “Is to have had and lost. Better than not having at all?”. L’oracolo suona la carica ai Coldplay. Dopo la passione di Lost! e la morte di Lost?, il segno + rappresenta la resurrezione: “Solo perchè sto perdendo. Non significa che io sia perduto. Non significa che mi fermerò. Non significa che io sia dall’altro lato”.

Lost@ è la versione live del brano, la conclusione di una ricerca spirituale ora condivisa con il mondo. Se per gli antichi romani il piccolo segno tipografico @ indicava un luogo dove andare, allo stesso modo i Coldplay si dirigono verso il pubblico, di notte nei concerti. Nicodemo moderni che entrano di nuovo nel seno delle loro madri, gli stadi e le arene, per rinascere nella luce (libro di Giovanni 3,4), come già descritto in Crests of Waves.

LE COSE DI LASSU’ – LA FINITUDINE
“Mentre li benediceva, Gesù si staccò da loro e fu portato verso il cielo”. E’ la conclusione della vicenda terrena del Risorto nel libro di Luca (24,51). L’esperienza “ascensoriale” di Cristo raggiunge i Coldplay nell’EpProspekt’s March – successivo a Viva la Vida. Disco accompagnato dall’ennesima accusa di scopiazzatura. Il brano incriminato rimane Viva la Vida (non incluso). Questa volta la musa ispiratrice sarebbe la francese Alizee con il brano J’en Ai Marre. Prevedendo le critiche, Martin ripropone Lost in versione +. Jay-Z con le stesse parole invoca il dies irae, la venuta del giorno del giudizio per i denigratori dei Coldplay.

Nel testo di Life in Technicolor ii, brano strumentale nella versione Viva la Vida, si canta: “Ora i miei piedi non toccheranno più terra”. Uguale al titolo dell’ultima canzone dell’Ep, Now My Feet Won’t Touch The Ground. Spulciando in Safety, primo lavoro discografico dei Coldplay e stampato in poche copie nel ’98, si scopre un brano con lo stesso titolo: No More Keeping My Feet On The Ground. Casualità? Perché utilizzare la stessa espressione più volte e in periodi differenti, in esecuzioni dissomiglianti? Anche i testi non sono uguali, ma quella spinta vitale che solleva i piedi di Martin da terra appare in tutte e tre le versioni. La frase riassume un’elevazione dalle cose terrene, un’urgenza sussurata nella canzone di chiusura del mini album Prospekt’s March.

E’ palpabile una tensione verso l’alto che allontana i Coldplay dagli affanni di questo mondo, un’ascensione non visibile agli altri, ma testimoniata: “E questa potrebbe essere la mia ultima opportunità. Di salvare la mia ingenuità. Di non tener più i miei piedi per terra… “ (da Safety). “Forza di gravità, lasciami andare. E non tenermi mai più giù. Ora mi piedi non toccheranno più terra… Nuota giù dal cielo. E prendimi come fa un uccello predatore. Ora i miei piedi non toccheranno terra” (da Prospekt’s March).

Nel ‘98 i Coldplay cantavano “No more…”, dieci anni più tardi “Now…”. Il punto di partenza e d’arrivo d’una ricerca spirituale ora quieta. Il mistero della vita è stato loro rivelato. La finitudine “che rode anonimamente l’esistenza del vivente” non è la fine a tutto, ma la possibilità di vivere fino in fondo tutte le esperienze che indicano ai Coldplay che non sono infiniti (cf. Michel Foucault). La band è consapevole che nella vita “ci deve essere qualcosa di più” oltre la morte, il loro vero spauracchio. Prospekt’s March manifesta l’intuizione dei Coldplay: la vita si trasformerà in una nuova dimensione e tutto avrà un senso, anche la sofferenza. Un atto di fede già cantato in 42 (album Viva la Vida).

Il videoclip di Life in Technicolor ii bene visualizza l’ascesa dei Coldplay. I piedi di Chris Martin si staccano dal palcoscenico mentre la telecamera si sofferma sul particolare, l’elicottero poi li porterà via e lontano. Esibizione di marionette davanti a bambini che guardano rapiti, in quell’innocenza di sguardi che la band vuole dal suo pubblico. Quel “diventare bambini” di cui è scritto nel libro di Matteo (18,3), per accorgersi delle orme di Qualcuno lasciate nelle canzoni dei Coldplay, mentre camminava sulle rive del loro mare agitato.

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