Leonard Cohen e quel crocefisso vilipeso

“Come un uccello sul filo, come un ubriaco in un coro di mezzanotte, ho provato a modo mio ad essere libero”. È un passaggio di Bird On The Wire di Leonard Cohen, un ebreo non osservante, uno spirito libero e inquieto che semina chiunque tenti di spiegare la sua poesia. Cohen nasce in Canada il 1934, adolescente suona il folk e il country, studia letteratura scrivendo raccolte di poesie. La prima “Let Us Compare Mythologies” pubblicata nel 1956 dopo gli studi universitari alla McGill University di Montreal. Si trasferisce a New York, frequenta il Greenwich Village, la mecca del folk americano, e in quella fucina di talenti (Dylan e Paul Simon) inizia a musicare i suoi poemi.

Sull’isola greca di Hydra scrive “The Spice-Box Of Earth” e il suo primo romanzo “The Favourite Game”, tradotto e pubblicato in Italia nel 1975 con il titolo “Il gioco preferito”. Storia autobiografica di Lawrence Breavman – figlio di un’antica famiglia ebrea di Montreal – in cui s’interroga sulla morte, l’amore e la guerra, quesiti esistenziali diluiti poi nelle sue canzoni. Segue il racconto “Beatiful losers” nel 1966, dopo aver pubblicato “Flower For Hitler” e altre poesie in “Parasites of Heaven” che include “Suzanne”, testo riproposto nella forma-canzone da Judy Collins (inciderà anche “Dress Rehearsal Rage”). Il brano più coverizzato del repertorio di Cohen, insieme ad Halleluja.

Suzanne in Italia è interpretata da Fabrizio De André, il quale eseguirà cover del repertorio di Cohen nell’album “Canzoni” del 1974. In “Suzanne” c’è un filo che lega Faber a Cohen. È nota la predilezione di Fabrizio per Cristo (spettatore in “Suzanne” delle seduzioni della protagonista) e per gli emarginati e i perdenti, quelli messi da parte dalla cultura tutta occidentale del vincitore: “Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria/ Col suo marchio speciale di speciale disperazione/ E tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi” [Smisurata Preghiera]. Il riscatto dei vinti – liet motiv del Nuovo Testamento – avvicinerà pure Leonard Cohen a Cristo. Dirà in un’intervista: «È nella sconfitta che si manifesta la gloria dell’uomo». Ricorda un’affermazione di San Paolo: «Quando sono debole è allora che sono forte» (2Cor 12,10), l’apostolo che citerà nel brano The Future.

Restituiscimi il muro di Berlino, Stalin e San Paolo
Ho visto il futuro: si chiama assassinio…

L’apostolo è l’emblema dell’uomo vizioso, redimibile solo da un salvatore verso cui Leonard concentrerà la sua riflessione. Le depravazioni elencate nella canzone “The Future” e il parallelismo tra Charlie Manson, Cristo e Hiroshima sono la prova evidente del pensiero di Cohen sull’uomo che ha dimenticato se stesso. Paolo di Tarso ne è la rappresentazione massima: macchiatosi di gravi colpe perché lontano da Dio, alla luce di una rivelazione si pente e brama la redenzione. Lo canteranno gli schiavi neri con gli Spirituals, lo biascica Johnny Cash in “America VI – Ain’t No Grave”. Cohen no. Presto si allontanerà velocemente dal Creatore che ha affidato alla creatura peggiore la custodia del mondo, l’ominide fatto a sua immagine (Genesi 1, 26) che piega il creato alle sue voglie.

Cohen, alla sua maniera, cercherà la stessa illuminazione divina apparsa a Paolo sulla via di Damasco. Vuole risvegliare l’umanità dal torpore di spirito, profetizzando con toni apocalittici il destino che attende l’uomo se non cambierà condotta di vita.

Le cose stanno scivolando via in tutte le direzioni,
non ci sarà più niente che si possa misurare,
la burrasca del mondo ha attraversato la soglia
e ha rovesciato l’ordine che avevano le anime,
mi chiedo cosa volessero dire quando mi ordinavano di pentirmi.

Il finale di The Future testimonia il mancato coinvolgimento di Cohen in un qualsiasi processo di rinascita. Nessuna fiducia in Gesù né  vittoria della vita sulla morte. Canta il vano tentativo dell’uomo di prendere il posto di Dio nel mondo. Leggendo la storia, s’accorge che l’uomo è malvagio, crudele, spietato e schiavo delle sue passioni. Lo canta in Halleluja. Storia del re Davide innamorato di Betsabea, moglie di un hittita e suo soldato Uria, mandato al fronte e ucciso per difendere il regno di quel re che gli ha tolto il bene più prezioso, la sua donna (2 Samuele). Il disfacimento umano Cohen lo ricanta in You Want It Darker, dall’album omonimo pubblicato prima della sua morte avvenuta a Los Angeles il 7 novembre 2016. Sul ricco ed istruttivo sito italiano a lui dedicato (leonardcohen.it) e nelle note esplicative al testo tradotto, è scritto che Cohen canta “un mondo immorale, in sfacelo. Il tono, insomma, come da più parti già rimarcato, è quello apocalittico di The Future […] il buio per creare una specie di contrasto con l’immagine delle candele e della fiamma che viene spenta (evidentemente per volontà del Signore).” Ne condivido l’interpretazione, brano difficile da comprendere che include l’inizio di una delle più antiche preghiere ebraiche, il Kaddish: “Sia magnificato e santificato il Suo grande nome”. Cohen canta:

Magnificato e santificato
Sia il Santo Nome
Vilipeso e crocefisso
Nelle sue sembianze umane

Parla di Cristo crocifisso? Del suo amore incompreso e non accolto? Il dubbio rimane…

Gli album Recent Song, Various Position e The Future lo condurranno a postulare la verità in un monastero buddista alle porte di Los Angeles, per diversi lunghi anni. Ne uscirà convertito, consolato dalla fede in Buddha. In quel monastero comincia una nuova vita. Il Signore comunque rimane un punto fermo nella sua ricerca; la Bibbia uno “spazio” dove cercare la bellezza e la verità, entrambi cardini della prosa musicale di Leonard Cohen. Sfoglia la Sacra Scrittura e impersonifica un comandante o un partigiano, poi l’errante e ancora il cacciatore. Maschere e personaggi bisognosi della provvidenza soprannaturale di Dio per dare senso al tutto, specie al fallimento. All’ascoltatore basterà frugare in quei dischi per comprendere la spiritualità di Cohen. Contempla la donna e le sue qualità: dare la vita, amare, proteggere e sedurre come Dio, in contrapposizione ai maschi quasi sempre sottomessi o conquistati dal fascino femminile, figure deboli e ambigue.

In Anthem canta di “assassini nelle alte sfere che strepitano le loro preghiere” e fautori di disordini. La visione che Leonard ha dell’uomo sembra catastrofica, senza speranza né via d’uscita, ma quando la violenza sta per avere il sopravvento su ogni possibilità di pace (simboleggiata dalla colomba biblica), quando l’ombra della morte minacciosa avanza, ecco una luce che passa attraverso il dolore del mondo:

Suona ancora le campane che possono ancora suonare
dimenticati la tua offerta perfetta… c’è una crepa su ogni cosa da cui passa la luce

Uno dei momenti più alti della scrittura di Leonard Cohen, come per Our Lady Of Solitude, canzone sulla fede, o meglio, su una fede desiderata e mai posseduta. Il pessimismo nell’analisi della condizione umana nasce da questa dono forse ancora non ricevuto dall’alto dei cieli. Un Tommaso moderno, sempre incredulo, che definisce la fede rivelata come “il vascello del mondo intero”, la nave che trasborda Cohen verso la religiosità orientale. La fede intesa come “signora” è per tutti, lui escluso.

E il suo vestito era blu e d’argento
le sue parole poche e brevi,
Lei è il vascello del mondo intero
Signora, Signora di noi tutti.

C’è un brano che impressiona più di tutti. Se Story of Issac, rilettura del sacrificio di Isacco, condanna gli adulti che “incombono sui bambini con le scuri spuntate e sanguinanti”, The Great Event – il brano che chiude l’album “The Future” – pare riassumere l’Apocalisse, guarda caso l’ultimo libro della Bibbia. Il grande evento prossimo a realizzarsi: ci saranno terre e cieli nuovi da abitare, ci sarà un futuro per l’uomo nonostante le sue nefandezze. È il vaticinio di un profeta alieno alla Terra (la voce narrante è digitalizzata al computer): uno spirito digitalizzato annuncia la fine del dolore, simbolo poetico futurista che indica fiducia nel progresso della razza umana, nonostante tutto.

Succederà molto presto,
il Grande Evento che metterà fine all’orrore,
che finirà il dolore, martedì prossimo, quando il sole tramonterà,
e suonerò la sonata del chiaro di luna all’incontrario.
E questo rovescerà gli effetti della folle corsa del mondo
in sofferenza per gli ultimi 200 milioni di anni.
Che notte meravigliosa sarà.
Che sospiro di sollievo quando i vecchi pettirossi
Diventeranno di nuovo scarlatti,
e gli usignoli in pensione solleveranno le code dalla polvere
e dimostreranno l’esistenza della maestà della creazione.

L’illuminazione che cercava Cohen l’ha raggiunta lontano dal gregge di Gesù, quel recinto abbandonato dopo aver raccontato le gioie, i godimenti e le sofferenze del popolo di Dio. Ora è libero nel suo nirvana, sollevato dal dolore e in pace. Citando If It Be Your Will, una preghiera laica che solo un santo è in grado di scrivere, che la voce di Leonard Cohen non resti muta anche dopo la sua scomparsa, che continui a parlare e a dire la verità a noi che lo ascoltiamo da questa collina di sofferenza.

Se vorrai farci del bene
portaci vicini e legaci stretti
tutti i tuoi figli, qui
nei cenci di luce
nei nostri stracci di luce
pronti per uccidere
e terminare questa notte
se vorrai così,
se sarà il Tuo volere.

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