Intervista ad Aleteia.it riguardo Lucio Battisti

Le canzoni dei grandi non finiscono mai di parlarci. Nel riascoltarle per anni e anni esse possono dischiuderci aree di contenuto a cui non avevamo mai pensato prima, e forse questo avviene perché noi stessi siamo in cammino e mutiamo via via il nostro punto di vista sulle cose. Artisti che non nominano mai elementi del “sacro” nei loro brani possono essere costantemente in cerca del divino, anche se questa ricerca non segue le vie “istituzionali”, ma magari altri percorsi che si perdono nelle bettole e nei bassifondi dell’umanità.

Un recente editoriale di Michele Brancale su Avvenire.it ci presenta un’indagine di alcuni testi poco conosciuti di Lucio Battisti, sia poetici che musicali, che sarebbero segnali di “ricerca religiosa” in un cantante che si è sempre professato ateo. L’opportunità è quella giusta per noi di Aleteia, dunque, per discutere del rapporto tra canzoni e fede con un religioso passionista, padre Massimo Granieri, blogger e appassionato di tutti gli aspetti di cultura popolare.

Crede a questa ipotesi di un Battisti “teso” verso lo spirituale?

Piace l’idea di andare a scovare tracce spirituali in una discografia così importante. È apprezzabile perché nella critica musicale non c’è spazio per questo tipo di ricerca, manca la voglia di scoprire qualcos’altro al di là dell’ascolto immediato di un brano. Nell’editoriale sull’Avvenire ho scoperto alcune cose nuove su Battisti che non conoscevo; l’attività di autore prima del suo grande successo del resto non è molto nota. È pur vero che l’interpretazione offerta da Brancale sembra un po’ forzata, perché Battisti fondamentalmente non è autore di testi. È conosciutissimo per le sue intuizioni a livello musicale, mentre i testi, si sa, era Mogol a scriverli. Cantava di amori umani, e della “ricerca del divino” nei testi di Battisti c’è davvero poco. Qualcosa andrebbe cercato più nella sua musica e non nei testi.

In un album del 1974, “Anima latina”, c’è un esperimento molto interessante da parte di Battisti. Ispirandosi alla tradizione brasiliana, quella popolare che viene dai bassifondi delle baraccopoli; ha scritto musica non per “intrattenimento” ma come un’esperimento sociale, perché la musica è “un fatto sociale”. Volle favorire l’aggregazione di quante più persone ed elevarle dal basso della propria condizione umana a una più alta, spirituale. Tentò di azzerare le differenze di classe tra meno abbienti e ricchi, e lo disse con la musica dei poveri e non con le parole. È lo stesso scopo di Dio nella Bibbia, anzi Lui rovescia i ricchi dai troni e innalza gli umili. La capacità compositiva di Battisti però non è ispirata dal cristianesimo. Nel suo modo di concepire la musica c’era qualcosa di veramente divino, era un genio che creava suoni e melodie dal nulla e dunque assai diverso dai comuni mortali.

Se ascoltiamo i suoi ultimi dischi, ci accorgiamo di sentire suoni e arrangiamenti presenti nel pop di oggi. Battisti è stato un precursore. Se poi vogliamo mantenerci sul metafisico, possiamo guardare all’album “Hegel”, anche lì c’è qualcosa di importante. Ripeto, ben vengano questi articoli perché offrono a noi cattolici, amanti della musica, una chiave di lettura diversa, e forse anche un approccio più intelligente alla musica, anche laddove apparentemente sembra non ci sia nulla.

Come anche De Andrè ci ha dimostrato, gli artisti possono cercare Dio anche quando parlano dell’uomo, vero?

La musica è antropocentrica, canta l’uomo e le ansie e le gioie dell’anima. Il cantautore porta alla luce ciò che noi sentiamo “dentro” ma che non sappiamo descrivere, soprattutto il desiderio di salvezza. In tal modo gli artisti scavano nelle viscere e cercano il significato della dannazione e della felicità. Rendono visibile l’invisibile, accorciando le distanze con un Essere, il principio creatore di tutto quanto un uomo sperimenta nella vita. Poi ognuno identifica quell’Essere attraverso la sua sensibilità religiosa, non necessariamente “cristiana”. Ma se le canzoni offrono anche una sola possibilità di pensare al mistero dell’uomo, allora ben venga ogni tipo di musica. Riguardo De Andrè, posso dire con certezza che la sua ricerca spirituale supera quella di Bob Dylan e di Johnny Cash, come lui nessuno al mondo. Un brano di Faber riassume quanto detto finora, “Un Blasfemo”. Perché, come canta De André, “…dietro ogni blasfemo c’è un giardino incantato”.

Ma questi percorsi non rischiano di essere poco comprensibili a volte per la Chiesa?

C’è un piccolo difetto nei cattolici fruitori di musica, ed è quello di cercare a tutti i costi nei dischi una professione di fede verso la Chiesa Cattolica Romana. E questo non può esserci, nel senso che la musica è libera, è indipendente, nasce dall’esperienza personale di un autore di canzoni. Paradossalmente troviamo più riferimenti clericali nelle canzoni “contro” un certo tipo di Chiesa. Vedi gli Zen Circus e il Teatro Degli Orrori. Il primo, ad esempio, è un gruppo di Livorno chiaramente anticlericale, eppure offre spunti interessanti per capire come il bigottismo religioso è visto dai laici. Anziché cercare a tutti i costi un’appartenenza confessionale nelle canzoni, occorre capire le intenzioni di un’artista che ha composto canzoni sulla spiritualità (poi una canzone ognuno la interpreta a modo suo, come è giusto che sia). Bisogna rispettare la laicità dell’opera e riconoscere il diritto all’artista – pur se non credente – di scrivere canzoni sulla religione. Ci sono centinaia di dischi in grado di offrire visioni diverse di Dio e di allargare così i nostri orizzonti. È chiaro che bisogna difendere la nostra fede cattolica quando e se attaccata, le armi di cui disponiamo per farlo evangelicamente sono la carità e la verità. Così ho fatto “tirando” bonariamente le orecchie agli Zen Circus in un post pubblicato anche sul loro sito ufficiale. Lo ripeto, bisogna dialogare con artisti e musicisti di ogni estrazione culturale e religiosa, possono contribuire alla ricerca di senso. Basterebbe solo ascoltare con cura le loro canzoni.

La ricerca spirituale di questi artisti rifiuta i confini di una religione?

Esatto. L’ho capito intervistando in radio alcuni artisti che hanno cantato temi religiosi nelle loro canzoni. Gli Zen Circus, Teresa De Sio, Bugo, Brunori Sas, Vittorio De Scalzi dei New Trolls ed altri ancora. Quando citavo chiaramente i passaggi spirituali dei loro testi preferivano non commentare e forse lasciavano all’ascoltatore la possibilità di interpretarlo liberamente. Dopo aver pubblicato un’intervista, mi fu chiesto di rettificare quanto scritto per evitare all’intervistato un’appartenenza chiara alla Chiesa di Roma. “Io sono un cristiano cattolico un po’ sui generis, amo Dio a modo mio e non mi riconosco nella Chiesa”: questo è la frase solita che unisce gran parte dei cantanti italiani, a differenza dei colleghi stranieri che non fanno mistero intorno alla loro fede cristiana.

Altrettanto importante non sentire l’appartenenza alla Chiesa come se fosse una squadra di calcio e noi i suoi tifosi ultrà, fondamentalisti e avversi ai colori di altre bandiere. La Chiesa ha confini invisibili: le distanze dal centro che è Cristo dal resto del mondo non siamo noi a stabilirle. Siamo cattolici perché “universali”, capaci di accogliere tutti e di parlare con tutti. Quando ho mostrato interesse verso la ricerca spirituale nella musica contemporanea, i cantanti si sono aperti in maniera straordinaria parlando del loro interesse nei riguardi di Cristo.

Una volta ho sentito dire ad Angelo Branduardi: “L’artista è colui che davanti ad una porta chiusa ti sa raccontare cosa c’è al di là”. Sei d’accordo?

Angelo Branduardi è un’altro gigante della musica cosiddetta “colta” e interessata alla religione. Condivido la sua sintesi sulla figura dell’artista. Gli artisti vedono e sentono cose che noi non possiamo né immaginare né spiegare, ma che cerchiamo forse da sempre.

(di Emanuele D’Onofrio – via Aleteia.org)

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