Video playlist

Durante il tragitto che porta dal convento verso la chiesa dove predico al mattino e al pomeriggio, la musica è compagna fedele. Dopo un caffé veloce, accendo il motore e inserisco nell’autoradio i cd masterizzati in maniera casuale sul mio iTunes, ascoltando liste di canzoni consone alla quiete del mattino. Brani ora inseriti in una video playlist. Godetevela. More…
I Baustelle e San Francesco

Da Sanremo, per interposta persona, a San Francesco, per interposta canzone. I Baustelle, una delle realtà più solide del rock italiano, a Sanremo non ci sono andati. Li volevano ma hanno detto no perché, dice il cantante Francesco Bianconi, «non mi piace né come spettacolo televisivo né come vetrina che rappresenta soltanto un pezzetto della musica italiana e credo che come band possiamo farne a meno». Lui però c’era come autore di «La cometa di Halley», la canzone di Irene Grandi. «Mi ha fatto impressione, fosse solo per i ricordi di quando ero bambino, per poter dire “mamma, vedi che faccio un lavoro serio”. Però il televoto… », aggiunge. «San Francesco» è invece il titolo di una delle canzoni del quinto album del trio, «I Mistici dell’Occidente», che esce venerdì 26 marzo e che verrà lanciato da tre concerti (17 aprile Roma, 19 Milano, 27 Firenze). «È una figura molto moderna, anche presa laicamente. È interessante la sua storia di abbandono del materialismo», dice Bianconi. Dopo il precedente «Amen», ancora un riferimento spirituale. «Il disco però non è un invito alla religione», precisa.
Il titolo arriva da una raccolta di scritti del filosofo Elémire Zolla: «Non lo conoscevo. Appena l’ho visto ho pensato che sarebbe stato ottimo per un disco. Magari di Battiato. Poi l’ho comprato, racconta dei mistici dall’antica Grecia alla modernità, e ci ho trovato spunti e stimoli per applicarlo alla realtà di oggi». Realtà che Bianconi e soci trovano poco interessante. Ma l’analisi non è un invito alla fuga. «Il mistico non è uno che scappa dal mondo perché è brutto, il suo rivolgersi a Dio è il principio del suo agire. Nel disco semplifichiamo il concetto. Diciamo che sarebbe rivoluzionario adottare anche solo una parte di quel comportamento, cioè capire che quella che vediamo non è l’unica realtà possibile», analizza il cantante. Ma la realtà italiana è meglio o peggio? «Non siamo in sintonia con l’attuale governo, non tanto politicamente, ma per i danni culturali che provoca.
La trascendenza dei Bifrost Arts

Non ho dubbi sul fatto che il portale di Ondarock sia il punto di riferimento massimo in Italia riguardo la critica e l’informazione musicale. Cliccando e zigzagando sul sito ho “scovato” una recensione tra le più belle mai lette riguardo le corrispondenze tra musica contemporanea e cristianesimo. Mi ha colpito e subito il brano “Kyrie” dall’album “Come O Spirit!” di un progetto chiamato Bifrost Arts. More…
Apparatjik
Gli anni Ottanta sono il fenomeno del 2010. Ma come, non è bastato il revival del decennio 00? A quanto pare no, ma attenzione: lo spirito con cui oggi sono “riportati alla luce” è tutto un altro. Non c’è più il tentativo di rinverdire lo stile di questa o quell’altra band. Non è l’emulazione, ma la nostalgia la chiave dei suoni retro-futuristici di Toro Y Moi, degli ultimi Vampire Weekend o di questo “We Are Here”. Nostalgia di un’epoca in cui tutto sembrava possibile – non tanto per le congiunture storiche, ma banalmente perché allora si era ragazzi, o (meglio ancora) bambini.
Ecco dunque la “musica anni Ottanta” come in anni di ripescaggi e rivalutazioni non l’avete mai sentita: un ricordo vago, ovattato, ma luminoso perché saturo di sogni e stupori infantili. Un amarcord non solo musicale in cui tutto fa brodo, dal sophisti-pop ai videogiochi, dal Grillo Parlante, a “War Games”, ai cartoni sci-fi che (con un po’ di fantasia) parlavano di entanglement.
Lo so cosa avete in mente: la “solita” marmellata hypnapop. E invece vi sbagliate. “We Are Here” è pop sopraffino, perfino radiofonico. E’ nitido, perché gli bastano pochi elementi per dar vita all’incanto: chitarra cristallina, suoni da Amiga e un po’ di falsetto. E’ vario e personale, perché passa dalle sferzate math-tunz di “Deadbeat” (100% Mew) alla cantilena (Flaming Lips?)/Coldplay/Sigur Rós di “In a Quiet Corner” mantenendo un’identità forte. Soprattutto però è fresco, accattivante: piacerà ai nostalgici del synth-pop e ai figli della malinconia indie, ma potenzialmente anche a chiunque altro grazie alla dolcezza sbarazzina delle sue canzoni. Perché bambini lo siamo stati tutti.
Apparatjik è un progetto di Jonas Bjerre (voce, Mew), Guy Berryman (basso, Coldplay), Magne Furuholmen (tastiere/chitarra, A-ha), Martin Terefe (batteria, produttore) e suona come non vi sareste aspettati.
Fonte: Ondarock







