“Prete in automobile”: episodio 2

Domenica scorsa, tornando dalla predicazione per la Settimana Santa, ho ascoltato in auto un cd dei Clash, poi un live dei Police e per chiudere Antony and The Johnsons. Su una Salerno-Reggio Calabria surreale (per lunghi tratti deserta), lo stereo ha suonato “Train in Vain”, una delle mie preferite. Un brano sull’amore e le sue contraddizioni.

Il protagonista non si rassegna: la fine del rapporto con la sua ragazza lo devasta e canta collerico di essersi sacrificato invano (il titolo tradotto è “Faticare per nulla”). Sull’amore disperato in Italia i cantanti hanno costruito le loro carriere artistiche, intristendo schiere di giovani. Compresa la mia generazione che reagiva alla “malinconoia” con Captain Sensible e Nada, capolavori trash del pop anni ’80. Eravamo messi male…

Sullo sfondo di un brano apparentemente “leggero” c’è la paura della solitudine. Si può avere tutto o niente, ma senza una persona vicina vivere può essere faticoso: “Senza il tuo amore non ce la farò”. Sembra un’ammissione di debolezza e di dipendenza dall’altro…

Adesso ho un lavoro ma non rende. Ho bisogno di nuovi vestiti. Ho bisogno di un posto dove stare. Ma posso cavarmela senza tutte queste cose. Senza il tuo amore non ce la farò.

Nel post precedente ho scritto del bisogno di “agape”, un amore oblativo in grado di farci compiere miracoli per il bene dell’altro. Di sacrificarci sapendo che gli sforzi compiuti porteranno benessere affettivo. Qui siamo all’estremo opposto, forse è il fallimento dell’agape o l’agape mai è stata vissuta.

Gli amori quasi sempre finiscono, vero. E tutta quella tensione emotiva, compartecipazione e compassione; tutto l’amore dichiarato e quel mondo condiviso dove vanno a finire? In una discarica?

Le domande sorgono spontanee:

  • Vale la pena faticare in un rapporto (amicizia/amore) sapendo di poterlo perdere?
  • Siamo o no dipendenti l’uno dall’altro?
  • Una vita solitaria è possibile?
  • Ammettere di avere bisogno dell’altro è debolezza o cos’altro?

A voi le risposte. E non chiedetemi cosa penso perché non lo so. Veramente.

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