“Prete in automobile”: episodio 5

Un sabato mattina, qualche giorno fa. Faccio ritorno in Calabria, dove vive la mia famiglia, a Bisignano (Cosenza). I luoghi di Provincia bisogna citarli. Dovrebbero essere un motivo di vanto e non di vergogna. Bisignano è un luogo di circa 10.000 abitanti, un agglomerato di case e di persone uguale ad altri agglomerati di case e di persone sparsi nella penisola.

Varco la soglia di casa dopo essere stato leccato e accolto dal pastore tedesco di famiglia. Poggio la borsa nella camera da letto e saluto velocemente la mamma, mentre “butto un fischio” a papà indaffarato con i pomodori dell’orto. Mi rimetto in macchina per raggiungere il centro del paese.

Lì mio fratello Christian ha riaperto il bar più antico della città. Al viale – e nel bar allocato proprio al centro della piazza – trovo sempre qualche conoscente con cui scambiare quattro chiacchere. La stima e l’affetto che i compaesani mostrano nei miei riguardi è pari alla quantità industriale di caffè che insistono nel volermi offrire. Gli amici di un tempo sono quasi tutti emigrati al Nord.

Mentre cammino, mi trovo davanti un ciclista. Afferro il cellulare e lo filmo per pochi secondi. “Wow!” ho subito pensato. “Spero che qualche conoscente non mi veda filmare mentre guido, mi prenderebbero per pazzo”. Mi rendo conto di essere sulla via della mia infanzia, dei primi vent’anni spensierati e felici e tormentati. La via Gluck de’ noantri, per intenderci.

Mienz’ a via (tradotto dal dialetto “sulla strada”) giocavo a calcio con i compagni, andavo in bicicletta. In alternativa stavamo fermi a non fare nulla, nei momenti di noia si faceva a botte per tenere alto il morale. Da adolescenti ci prendevamo a sassate. Lì ci abitano mia nonna e una zia.

Riguardo la cartina geografica dei ricordi. Nella Bibbia conservo tre foto sbiadite che mi raffigurano fanciullo e sorridente su quella lingua d’asfalto. Le osservo per capire se ho mai tradito le attese di quel bambino.

Continuo a riprendere la corsa del ciclista. Improvvisamente si sveglia dal letargo quella voglia infantile di stare all’aria aperta e in buona compagnia. Gli amici del quartiere non ci sono più, fatico a trovarli. Non ci siamo mai più cercati. Eravamo in competizione: a calcio e in bici, giocando a guardia e ladri. Ogni volta qualcuno doveva vincere e qualcun altro perdere.

Oggi non è cambiato nulla. Si lotta e non per gioco l’uno contro l’altro, si sgomita per avere un posto al sole, si litiga e per quale motivo, poi?

Per il commento sonoro al video ho scelto “Bicycle Race” (Gara di bicicletta) dei Queen. I Queen li sopporto appena e non condivido il messaggio sotteso nella canzone. Le gare nella vita NO, decisamente non le tollero. “No” lo scrivo maiuscolo per gridarlo forte e chiaro. Non mi piace competere, non lo facevo nemmeno a scuola.

Ognuno dovrebbe vivere serenamente, volendosi bene e rispettando il prossimo. Per realizzarci non serve “uccidere” i sogni altrui. Il mondo pullula di creature mostruose, di arpie e di iene che mietono vittime solo per emergere, comandare, sottomettere. Persone con un ego sproporzionato, invidiose quando una luce brilla di più della loro. Lampadine con pochi watt.

Paolo l’apostolo scriveva ai Romani: “Gareggiate nello stimarvi a vicenda”. Mi basta per vivere in pace. Ci basti.

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