“Prete in automobile”: episodio 6

Questa mattina ho lasciato la Fiat Punto di seconda mano nel parcheggio del convento, deciso a compiere nella prima metà della giornata i soliti 5500 passi. Corrispondono a 4 km, a piedi percorro sette chilometri quasi tutte le mattine. Le passeggiate servono per tonificare i muscoli, il cuore soprattutto, rallegrano lo spirito. La luce del sole stimola il rilascio di serotonina, il più potente antidepressivo naturale e tanta vitamina

D di cui sono carente, causa lunghe soste davanti lo schermo di un pc o di un telefonino. Avevo bisogno di schiarirmi le idee. Ho la testa pesante, abbisogno di “leggerezza” e di sane distrazioni.

Penso al futuro, al lavoro pastorale, come se tutto dipendesse dalla mia volontà o da strategie umane; con il timore di essere condizionato dai soliti furbi che occupano i posti più prestigiosi e lasciano agli altri il lavoro sporco, quello in periferia. Scriveva un pensatore: “Noi siamo ciò che diventiamo attraverso le nostre scelte”, mentre l’apostolo Paolo ammoniva: “Sappiate comprendere qual è la volontà del Signore”. Le due volontà devono coincidere, la mia e la Sua. Dimentico che non si è mai soli di fronte all’ignoto, che Lui abita le periferie e che un religioso consacrato obbedisce al volere divino senza replicare.

Qualche settimana fa la nomina a Consultore per l’apostolato. Dovrò organizzare l’annuncio missionario in Calabria e in Puglia. Il lavoro è già cominciato, c’è una missione al popolo da preparare. Vengo dalla gavetta che in parte continuo a vivere, mentre i giovani religiosi sembrano non voler cominciare dalle mansioni più umili. Pretendono le cariche subito senza alcuna competenza e con gli stessi diritti di un anziano prete. Ci sono dei doveri da assolvere e abilità da affinare con l’esperienza e a testa bassa, come per un qualsiasi lavoratore alle prime armi.

Nel 2008 sono arrivate le responsabilità e di conseguenza la prima gatta da pelare, la cura di una parrocchia dopo anni di vita conventuale e sacerdotale trascorsi nell’anonimato e sul gradino più basso della scala gerarchica. In quel periodo non pretendevo nulla se non la serenità. Ero soddisfatto e libero. La struttura di governo al nostro interno è piramidale. Spesso i ruoli s’invertono, da Superiore a suddito in men che non si dica. Una trasformazione da Super Saiyan all’incontrario e viceversa (avete mai visto in tv il cartone Dragonball?). Occorre equilibrio e distacco da sé.

Negli ultimi sei anni ho cambiato tre comunità e cinque mansioni, senza mai rifiutare quanto mi è stato comandato di fare. Non sono onorificenze né patacche di un medagliere olimpico. Gli incarichi non aggiungono nulla a ciò che un religioso rappresenta, sono temporanei e finalizzati alla costruzione del bene comune.

Il potere che si riceve nella Chiesa è un potere di servizio. Una responsabilità non deve ammalare di onnipotenza, chi svolge un ruolo all’interno della comunità cristiana non gode affatto dell’immunità diplomatica. Se un potere viene esercitato per fini personali, quell’abuso deve cessare al più presto. Un Superiore provvede al benessere dei fratelli a lui affidati, senza distinzioni.

Perseguire l’amore per il potere è la tentazione più grande che si annida nelle sagrestie e nei sacri conventi. Disse Jimi Hendrix, il più grande chitarrista elettrico di tutti i tempi: «Le cose nel mondo cambieranno quando il potere dell’amore trionferà sull’amore per il potere»; mente nel libro “Il Principe” Machiavelli descriveva il politico come colui che associa alla bramosia di potere le sue attitudini creative. Che non sia così per i sacerdoti e i tadalafil citrate bodybuilding frati.

La regola interna al mio Istituto impone ai suoi membri di cambiare comunità ogni quadriennio. Come al solito, io faccio eccezione: nelle urgenze sono disponibile a muovermi da un convento all’altro e cambiare di ruolo senza attendere la naturale scadenza del compito affidatomi. Sono come il signor Wolf che risolve problemi nel film Pulp Fiction. Un modo per non mettere radici da nessuna parte.

Non è semplice attendere una nuova destinazione e svolgere quotidianamente il proprio lavoro come se nulla dovesse cambiare. Sono abituato a progettare e mettere subito in pratica le intuizioni raccolte per migliorare il luogo in cui vivo. Mi domando quale nuovo problema bisognerà risolvere e in quale città, quale ostacolo da superare, quale progetto da realizzare…

Lasciai Roma, un ufficio comodo e prestigioso per stare in mezzo alla gente,

specie al Sud. La testa continua a pesare e a pensare. Cammino scordandomi di fare una pausa caffè al solito bar. «Dacci oggi il nostro pane quotidiano» – mi ripeto mentalmente – «Signore, dammi ciò che mi serve per vivere oggi, adesso.»

Decido di cambiare percorso. Inverto la marcia e taglio bruscamente verso una stradina interna. To’, un incontro non previsto. Una giovane signora al volante quasi m’investe. Picchia sul clacson istericamente anziché rallentare la corsa. Mi guarda e lancia un ghigno di sfida.

Noto una strana somiglianza con il cantate hard rock Ozzy Osbourne mentre stacca con un morso la testa a una colomba. Quella donna ha i riflessi di un muflone in letargo.

Intima di scendere dall’auto per darmele di santa ragione e di staccarmi per la seconda volta la testa. Ozzy Osbourne stavolta vuole prendermi a morsi come se fossi un pipistrello. Chissà quale acido avrà ingerito stamattina. Ricambio in modo gentile: «Signora, ma vaffabene! Per poco non mi faceva secco, vada piano! Quell’auto ha solo l’acceleratore? I freni, i freni!»

Senza mostrarlo troppo, provo un senso di intima e mal trattenuta soddisfazione e contentezza. E poi detesto la musica dei Black Sabbath e di Osbourne. Giro a destra in direzione “convento”,

felice di aver domato il demone Ozzy che si era impossessato di quella povera donna. Il pedometro sul cellulare registra soltanto 3712 passi, credevo di aver percorso più chilometri. Devo aumentare l’andatura e scegliere un percorso che mi porti a casa, ma non subito.

Intravedo una coppia di anziani che hanno assistito al quasi incidente. Non c’è nessun altro sulla strada. All’unisono ci spostiamo lentamente verso il lato destro della via per evitare la kamikaze al volante che si aggira di giorno cercando chi tamponare.

Li fisso, c’è qualcosa di unico in quell’immagine. Quella vista di schiena mi rivela l’amore semplice di due persone anziane, di lei che si aggrappa al marito mentre raggiungono il mercato più vicino per fare la spesa. Per istinto, scatto una fotografia e penso alle parole di una canzone di Francesco di De Gregori (Sulla strada): “Probabilmente dev’essere strada anche la vita consacrata al tuo corpo e alle tue mani e alla curva

complicata.”

L’uno per l’altro rappresentano la strada per la felicità, passi da compiere insieme nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia. Fino all’eternità.

Penso a Lui che mi ha chiamato a seguirlo su una strada non priva di curve strette e pericolose. Osservo quella coppia e comprendo che devo lasciarmi guidare dal Suo braccio potente mentre ci allontaniamo verso l’orizzonte, come nella scena finale di Tempi Moderni di Charlie Chaplin. In una sola parola, fiducia.

Nella memoria risuonano versi in musica, quelle di Vinicio Capossela (Una Giornata Senza Pretese): “E i miei occhi coi tuoi vanno incontro alla strada”

CC

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