Il fango e l’irriducibile possibilità di Dio

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“Finché Padre Joe aveva respirato, nel mio mondo c’era stato un sottilissimo filo di collegamento alla possibilità di Dio”[1]. È la dolente constatazione di Tony Hendra – un comico dissacrante tra i più famosi della Gran Bretagna – alla morte del monaco benedettino che non aveva mai smesso di interrogare e ascoltare. La paternità spirituale esercitata da padre Joe era stata per lui un’esperienza necessaria, indispensabile ad accettare le proprie fragilità e a mettere i propri talenti al servizio del bene. Il frate, come ogni buon padre spirituale, gli poneva soltanto delle domande, non dava risposte. Era questo il modo con cui sollecitava l’amico a vincersi e a maturare nell’amore. Il racconto della loro amicizia mette in scena l’azione della Grazia nella vita di un uomo di successo che fatica a trovare la verità della propria posizione nel mondo ed è accompagnato in questo faticoso cammino di consapevolezza dalla pazienza di un monaco che si preoccupa solo di testimoniargli la presenza misericordiosa di Cristo. Ecco una storia che ci aiuta a comprendere i limiti virtuosi del rapporto tra il sacerdote e il laico.

All’inizio della Quaresima, nell’omelia alla comunità parrocchiale, ho chiesto ai laici di aver rispetto della mia solitudine, così come i laici devono imparare a stare in piedi da soli, pur se accompagnati spiritualmente dal parroco. La solitudine del prete spesso viene fraintesa come una mancanza di affettività nei confronti dei fedeli eppure è il tratto distintivo del suo celibato, una palestra dove allenarsi per sopportare il peso dei dolori di cui si è fatto carico e, allo stesso tempo, un rimedio contro le pressioni del “mondo” verso stili di vita che non hanno quasi nulla di cristiano.

È lo spazio in cui il prete si raccoglie per trattare a lungo con Dio e dove il Signore gli parla con parole di vita, insegnandogli la scienza dei santi. La solitudine genera raccoglimento, umiltà, silenzio, pazienza e carità. Scriveva San Paolo della Croce ai suoi figli: “Trattate poco cogli uomini per santi che siano, ma trattate a lungo con Dio. Statevene solitari nel tempio interiore dell’anima vostra e imparerete grandi cose.” Molti preti e religiosi si svegliano alle prime luci dell’alba e sostano per un lungo tempo in silenzio in chiesa o nelle cappelle dei conventi, prima di donarsi alla comunità. Devono implorare la forza dello Spirito perché la domanda di attenzione e sostegno talvolta è talmente forte che il sacerdote ha l’impressione di essere mangiato dai fedeli come un’ostia consacrata. D’altronde, questa è la parola di Nostro Signore: “Prendete, e mangiatene tutti: questo è il mio Corpo, offerto in sacrificio per voi.”

Nel vangelo di Luca si narra di alcune donne guarite da spiriti cattivi e infermità. Alcune seguivano quotidianamente Gesù, servivano lui e i suoi discepoli. Spesso un prete svolge il proprio ministero tra le donne e molte hanno un grande bisogno di consolazione dalla solitudine. Vero è che nelle chiese il numero delle donne è maggiore rispetto agli uomini. Senza il loro contributo, non potrebbero esserci opere parrocchiali come l’assistenza agli ammalati e ai poveri. Lo attesta molto bene un testo apocrifo legato all’opera di sant’Ambrogio sul ministero dei sacerdoti, il De officio ministrorum, perfezionato dal vescovo di Milano Mario Delpini in un libro [2] che potrebbe fare il paio con quello di Tony Hendra per la continua formazione del clero diocesano e dei religiosi: “un prete saggio sa che non può essere il sostituto di un padre che ha esaurito la sua capacità di dare sicurezza o di un figlio che si è fatto estraneo o di un marito insoddisfacente: perciò si fa educatore di donne libere, disposte a far fronte, con realismo e capacità di soffrire, alle responsabilità e alle fatiche della vita”. Il libro di Delpini analizza con semplicità l’innamoramento tra un prete e una donna, frutto di gesti e sguardi equivocati che possono essere intesi come un messaggio di attenzione particolare e una sollecitazione a tentare il sacerdote (o viceversa). Il prete o il religioso che esercita la paternità sui fedeli deve aver cura di relazionarsi nel modo giusto con gli altri. Promette di restare celibe perché vuole vivere più intimamente con Cristo e lavorare libero per il regno di Dio. Conosce bene la tristezza del peccato e farebbe bene a non lasciarsi coinvolgere in storie complicate che compromettono un lungo cammino spirituale e i sacrifici sopportati per il bene della Chiesa e dei fratelli.

I recenti fatti che hanno scosso la diocesi cosentina – bisignanese provocano dolore e smarrimento presso il popolo di Dio, irritano i lontani, accendono l’entusiasmo dei nemici della Chiesa. Sono le pesanti conseguenze della “schizofrenia esistenziale” evocata da Papa Francesco nell’ormai celebre elenco delle “quindici piaghe” del clero. È il morbo dei sacerdoti che vivono in un mondo parallelo, dove mettono da parte tutto ciò che insegnano severamente agli altri e vivono una vita nascosta, spesso dissoluta. Una malattia che ci pone di fronte alla tentazione del giudizio, quando invece siamo chiamati a riconoscere la nostra costitutiva fragilità e a implorare la Misericordia e il sostegno di Dio. San Giacomo scrive: “Chi sei tu che ti fai giudice del tuo prossimo?” Questo compito spetta al Signore, nessuno può sostituirsi a Lui. Bisogna difendere il peccatore davanti al Padre mentre si assume le responsabilità delle sue azioni ed è pronto a pagare le conseguenze degli errori commessi. Non di rado ci serviamo degli errori degli altri per rassicurarci delle nostre presunte qualità. Giudichiamo negativamente i fratelli mentre lusinghiamo l’amor proprio perché crediamo di essere persone migliori. E invece siamo melma, mota, guano su cui il Signore piega continuamente il suo volto amoroso.

Nel Diario di uno Scrittore [3], Dostoevskij dichiara il suo amore per il popolo russo corrotto, sedotto e barbarico. Se provassimo a giocare col testo del grande scrittore russo, sostituendo la parola “popolo” con “chiesa”, ecco cosa leggeremmo: “Chiunque abbia sentito almeno una volta il proprio cuore vibrare per le sofferenze della chiesa, costui capirà e perdonerà il fango sedimentoso e impraticabile in cui è immersa la nostra chiesa, e saprà trovare in questo fango dei diamanti. Lo ripeto: giudicate la chiesa non per le cose spregevoli che commette così spesso ma per quelle cose grandi e sante grazie a cui essa, pur nella sua spregevolezza, continuamente respira. E non ci sono poi solo canaglie nella chiesa, ci sono anche dei veri santi, e di che specie: di quelli che risplendono in se stessi e che illuminano il cammino a tutti noi!” Un testo splendido che mi sono permesso di manipolare in questa sede per una giusta causa. Quando uno scandalo nella Chiesa getta fango sulla bontà d’animo dei suoi servitori, i preti e i religiosi sono i primi a intristirsene. Nella diocesi cosentina – bisignanese c’è la consapevolezza che quanto è successo nei giorni scorsi sia qualcosa d’improprio e nefasto, ma anche la certezza che il Signore si serve delle nostre bassezze e del dolore in cui spesso sprofondano le nostre esistenze per annunciare a ognuno di noi, come a tanti ladroni crocifissi, che il suo amore non ha confini e che la luce del Risorto torna sempre a splendere.

La Quaresima appena iniziata spinge tutti a riflettere sulla propria condizione e a convertirsi, cambiando modo di relazionarsi con Dio e il prossimo, ad assumersi le proprie responsabilità in modo attivo. Nell’opera Il Parsifal di Richard Wagner s’incita la Chiesa a compiere le opere del Salvatore, che il corpo di Cristo torni ad essere pane e il sangue vino. La comunione eucaristica obbliga alla comunione con gli uomini e le donne del nostro tempo. L’eucarestia tocca la vita personale e sociale del prete che la celebra. La memoria di uno scandalo lo deve portare alla compassione pratica, alla fine dei rapporti perversi che vanno contro la morale cattolica e che fanno disperdere il gregge affidatogli. Morire a se stessi, conversione e compassione, gli atti rivoluzionari necessari per attuare quel processo di umanizzazione che trova origine nei sacramenti e che radica in terra i misteri celesti.

L’anticipazione di quel regno che abiteremo per l’eternità e di cui siamo indegni cittadini e servitori.


[1] Padre Joe, Tony Hendra, Mondadori, 2005
[2] Reverendo che maniere! Piccolo galateo pastorale, Mario Delpini, San Paolo, 2017
[3] Diario di uno scrittore, Fëdor Dostoevskij, Bompiani, 2007

 

Bruce Springsteen tra il religioso e il secolare: il nuovo libro di Luca Miele sulla teologia del Boss

Arriva un pacco regalo in convento, dentro c’è il nuovo libro di Luca Miele “Il vangelo secondo Bruce Springsteen” (Edizioni Claudiana) condensato in 78 pagine e da consultare come un testo di spiritualità. Il libro interpreta i testi del Boss in senso cristologico e carnale, ne analizza il conflitto. C’è la colpa del padre che ricade sul figlio, nell’ombra si muovono forze insurrezionali che spingono verso la morte e quelle resurrezionali, preludio della luce. Alla lettura accompagno l’ascolto dei brani citati. Mi fermo lì dove una canzone agita le acque dello spirito. Leggere Springsteen è come suonare un disco dei Pink Floyd, non ci si può distrarre perché Springsteen s’impone all’ascoltatore. Comincio a identificarmi con la sua inquietudine. La brevità del libro diventa un valore aggiunto, leggo e ascolto senza l’assillo di doverlo finire in poco tempo.

Pagina dopo pagina i testi delle canzoni incarnano paure, fallimenti e speranze finora taciute. E se mi fidassi del Boss? Dopo Bowie, ho forse trovato un interprete capace di leggermi? Bono “l’ignobile” ha tradito le attese, Major Tom è morto suicida nello spazio, Gaber e Lou Reed non ci sono più. Ho bisogno di un interlocutore, qualcuno che mi ascolti. Mentre leggo immagino ci sia qualcun’altro a fare lo stesso da un’altra parte, mi piacerebbe fraternizzare ascoltando un disco. Un bisogno comunionale per uscire dalla solitudine, gestire la rabbia e dare inizio alla rivolta per sé e per gli altri. Sta alla base della cultura rock e dell’opera di Bruce, è scritto sul libro a pagina 21: “Far girare un disco è pregare, la comunità che si costituisce attorno alla musica è una chiesa.”

Il libro di Luca non alimenta il mito di Springsteen che appare invece vulnerabile, contraddittorio, illuminato dalla grazia. “Il vangelo secondo Bruce Springsteen” è centrato su un uomo che vive tra il sacro e il profano, con una fede che si sviluppa, si ferma, si perde e lo salva inaspettatamente.

Possiedo pochi suoi dischi. Il primo album acquistato fu un nastro, “The Wild, The Innocent & The E Street Shuffle”. Conobbi “Born To Run” in una versione dei Frankie Goes To Hollywood. Mi spinsi fino a “Nebraska”, “The River” e “Tunnel Of Love”. In radio trasmettevo “Brilliant Disguise” e a seguire “Notte Rosa” di Umberto Tozzi. Mentivo quando dicevo che si assomigliavano. Era un’espediente per superare l’obbligo a mezzogiorno di trasmettere solo musica italiana. In quel disco c’è la mia canzone preferita, “One Step Us”. In archivio guardavo il cofanetto in vinile “Live/1975-85” (cinque dischi) come un pezzo da possedere. Non ebbi il coraggio di farlo, rubai solo un disco di Jimi Hendrix. Comprai “Human Touch” e “Lucky Town” perché sottostimati dai fan del Boss. Ero fatto così, mi affezionavo alle cose che gli altri amavano poco. Poi ci furono “The Ghost of Tom Joad”, “The Rising”, “Magic” e “Wrecking Ball”.

Aggiungo due libri, “Come Un Killer Sotto Il Sole” a cura di Leonardo Colombati e l’autobiografia “Born To Run” del Boss. Tutto qui. Considerando la sterminata discografia di Springsteen, conosco quasi nulla di lui. Per anni ho posseduto quei dischi ignorando i riferimenti ai testi di San Paolo apostolo nell’album “The Rising”. Nello sfondo di “Into The Fire” trovo la prima lettera ai Tessalonicesi e agli Efesini. Straziante l’immagine di quei pompieri che ascendono tra le fiamme del World Trade Center tra la gente che cercava salvezza nella discesa. Ho ascoltato Springsteen con occhi nuovi. No, non è un errore. Ho visto la grazia nella sua scrittura e la musica rivestirla di magnificenza.

Una parte del libro mi ha commosso fino al punto di averla poi condivisa via WhatsApp con un fraterno amico il quale vive la situazione descritta nel brano “Silver Palomino”: una madre muore lasciando da solo suo figlio. Ho fotografato le pagine 35 e 36 e le ho inviate, scrivendogli: “Leggendo queste pagine ho pensato a te”. Luca Miele tratteggia la figura della Madre e delle madri nelle liriche di Springsteen. Meraviglioso, una riflessione che mi ha stupito, ho avuto uno shock positivo. Dopo due ore, l’amico mi scrive: “Che bella sorpresa questi tuoi messaggi. Grazie dal profondo del cuore. Ti voglio bene.” Ecco, è questa la comunione che cerco quando ascolto musica, provocata dall’interpretazione ben documentata di Luca. Quel pezzo a distanza ha rafforzato un legame con un amico, tra i più cari, senza un padre né una madre né fratelli. Signori, è il rock’n’roll.

La musica non rende migliori né ci aiuta a stare al mondo, basta leggere “Arancia Meccanica” di Anthony Burgess per capirlo. Offre però un tregua in una vita non facile per nessuno e che spesso ferisce, lasciando profonde cicatrici. Così sono i dischi di Patti Smith, un’ancora di speranza, mentre gli altri cantanti e il resto degli autori di canzoni sono bugiardi, tutta la musica è bugiarda perché non mantiene nessuna promessa. Quante volte ci siamo sentiti più soli dopo aver tritato i sentimenti in un riff di chitarra elettrica o visto un’idea rivoluzionaria prendere forma in un verso di una canzone per poi svanire a contatto con la realtà. Con Springsteen è diverso. Non racconta bugie né vende illusioni, scrive del suo dolore su cui posso appiccicarci il mio.

Le sue liriche hanno il sapore del sangue e del grano, il sangue versato durante una sconfitta su cui germoglia il grano della speranza. Diventa tuo compagno, traccia una strada e ti dice di salire senza esitare a bordo di quel treno che porta alla salvezza (che ri-scoperta “Land of Hope and Dreams” e “Rocky Groung”).

Springsteen continuerà a dirmi che ci sarà un battesimo di rinascita in cui potrò perdonare, perdonarmi e rinascere (“Spare Parts”). Se non avessi letto il libro di Luca non lo avrei mai saputo. Non avrei incontrato un nuovo amico, Bruce, di cui potermi fidare.

Svelto, compra questo libro benedetto.

I libri del 2017

I libri letti e riletti nel 2017 che hanno cambiato il mio modo di pensare e di agire, alcuni mi hanno fatto sorridere. Altri testi rimangono fuori da questa foto, sono i libri che mi hanno fatto perdere tempo.