Al teatro la storia di Maria, musiche di David Bowie

La storia di una donna – Maria di Nazareth – e di tutte le donne. La storia di tutti gli uomini o di un solo uomo. Le parole poetiche/profetiche di Testori non hanno bisogno d’altro che di essere dette e ascoltate, come in una liturgia. C’è quanto di più sacro e di più umano in quelle parole. Vanno solo fatte risuonare. Nicoletta Mandelli si confronta con la poetica testoriana mettendo al suo servizio corpo e voce; tutto quello che una donna – ancor prima che un’attrice – può dare. Non è teatro e non è preghiera o forse ne è la summa. È sufficiente dirle le parole di questo testo? Come vanno dette? Vanno recitate? È necessario? Forse andrebbero solo lette. Con chi interloquisce Maria? Con chi dialoga? Da chi viene interrogata? Da una o più persone? Da molte persone? Dall’umanità intera? Chi vuole parlare con Maria? Chi vuole ascoltare le sue parole? A chi si rivolge?

Testori ha fatto i conti con il suo linguaggio e ha trovato una misura inattesa che ha finito per rivelare quale forza possedessero sia la sua capacità inventiva che l’innata rappresentatività della sua parola. È un po’ quello che si prova quando si riprendono in mano le antiche laudi, i cantari, i testi dei mistici che sorprendono per la loro tensione interiore e per la semplicità del dettato. Anche con Interrogatorio avviene la stessa cosa: una lingua semplice e limpida che, quasi, pare toccata dalla grazia tanto è diventata, in senso moderno, preghiera da recitare (“…è sereno – guardate – è dolce nel Suo immenso sacrificio; dolcissimo è mio figlio, di voi, uno per uno, e nell’intero coro che formate è arso dalla sete; come un amante vi cerca vi vuole, ha fame, è cieco, è vinto, perduto è, innamorato.)

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Una grazia che consola

La musica è spettrale. C’è un uomo, David Bowie – Lazarus fasciato dalla morte, un altro uomo – ancora Bowie – che scrive, si contorce, lotta e alla fine si rinchiude, risucchiato da una forza invincibile, in un armadio. Come in una bara. Si deve alla cultura di massa – alla musica pop e a un video musicale – una delle più potenti rappresentazioni dell’irrappresentabile per eccellenza: l’agonia, la lotta per la vita, il desiderio di liberazione. «In Lazarus David Bowie – racconta padre Massimo Granieri, passionista, ideatore e curatore di “Arena dei rumori”, il più approfondito sito italiano su musica e spiritualità – si rivela come un uomo morente. Nel mondo della musica nessuno muore mai, caso mai si entra nel mito. Eppure Bowie ha distrutto la sua leggenda, levando la maschera ai tanti suoi personaggi, perché in pericolo e prossimo alla fine». Ma non erano solo canzonette? Non lo sono, come racconta Granieri che ci guida in un appassionato percorso musicale. Non è un caso che la musica popolare non ha mai smesso di confrontarsi con la morte. «Una morte che Lou Reed non accetta in Magician. Ci sono versi che impressionano: “Liberami da questo corpo/ da questo peso che si muove accanto a me/ Lasciami abbandonare questo corpo, lontano/ Sono così stanco di guardarmi / Detesto questo corpo di dolore”. Il dolore insopportabile che sfigura il corpo fa desiderare una rinascita, non una redenzione. La sofferenza non ha un valore salvifico e Lou Reed lo dice a chiare lettere nello stesso album Magic and Loss in What’s Good: “A cosa è servito un cancro in aprile?”».

C’è un’altra ostensione del dolore e della fine che fa, ormai, parte della storia della musica: quella di Johnny Cash, raccontata nel video di Hurt. Il volto del cantante appare gonfio, i capelli radi. La voce ridotta a un sussurro. «Il momento più emozionante del video – racconta Granieri –, è quando Cash, volgendo lo sguardo a sua moglie, canta: “Cosa sono diventato, amica mia dolcissima? Tutti quelli che conosco alla fine se ne vanno”. In piedi c’è June, compagna e amica di sempre, cui fu diagnosticata una grave malattia cardiaca il giorno prima della registrazione del video. Lo sguardo di lei fisso su Cash esprime la consapevolezza della propria mortalità».

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Classifica del 2015

Qui scrivo di due racconti e di due album che nel 2015 mi hanno fatto venir voglia di spalancare le porte ed entrare in comunione con gli altri.

Saturns Pattern – Paul Weller

In Italia la musica è finita per colpa delle radio che trasmettono canzoni terribili e di Rai 5 che ha deciso di cancellare “Ghiaccio Bollente” di Carlo Massarini, unico programma tv  in grado di promuovere cultura musicale. L’album di Paul Weller è il mio disco per il 2015, il più interessante perché mescola in modo sublime il punk degli Stooges, il jazz moderno e il soul anni ’70. Nessuno se ne è accorto! Weller è in pace con se stesso, consapevole del suo ruolo nel mondo. Però non si siede sugli allori del successo, né si stanca di cercare ovunque la felicità. È positivamente inquieto, lo si capisce dal suo modo di cantare e dalla linea melodica del disco, compiuta e stranamente pop. I testi parlano di scelte esistenziali sotto un cielo che minaccia tremenda vendetta (White Sky), c’è la resurrezione e il riscatto (Pick It Up), non manca il riferimento al rapporto padre-figlio (Saturns Pattern), inni all’amore umano che deve giungere a qualcosa di più grande (These City Streets). Si candida ad essere il mio album anche nel 2016.

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“Prete in automobile”: ep. 7

Porto l’auto presso il lavaggio di fiducia. Dopo tanto girovagare per mezza Italia, dopo un check-in dal gommista, arriva il momento del “bagnetto felice” per la macchina. Arrivo e aspetto sotto l’ombrellone del bar interno. Comincia ad arrivare gente e mi scambiano per il barista. Chiarisco subito il fraintendimento. Mi tuffo sull’iPhone e comincio a smanettare, a linkare, a scambiare mail eccetera eccetera. I clienti del lavaggio continuano a chiedermi se è possibile lavare l’auto “dentro e fuori”, dove parcheggiarla e via così per tutta la mattinata. Mi guardo intorno e mi accorgo che il personale dell’autolavaggio è ridotto di numero. Allora… reggo la parte, mi fingo il capo del lavaggio e comincio a dare indicazioni ai clienti. Fila tutto liscio.

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