Non credo che il problema sia la mancanza di fede. In questo primo mese e mezzo di scuola quello che pesa è la presenza passiva di studenti che restano in aula comunque, a braccia conserte e con il muso lungo. Speravano che io la trasformassi in un’ora di ricreazione. Per loro la religione è noiosa e un professore non può pretendere granché. Se lo fa, passa per uno severo, un muro contro cui si va a sbattere.
La loro postura mi ricorda l’amarezza di The Happiest Days of Our Lives dei Pink Floyd, la canzone sugli insegnanti che fanno del male ai ragazzi, l’intro della celebre Another Brick In The Wall: “Quando siamo cresciuti e siamo andati a scuola / C’erano certi insegnanti che avrebbero ferito i bambini in qualsiasi modo possibile / Versando la loro derisione in tutto ciò che facevamo / E rendendo pubblica ogni debolezza / Per quanto attentamente nascosta dai bambini.”
Come si parla di realtà a chi ha la pancia piena? A scuola, chi viene da contesti più poveri ha una fame di senso che qui, nel mio liceo, non vedo negli studenti più grandi. Per scuoterli ho portato in classe notizie riguardanti le proteste degli studenti francesi (ottobre 2026). Ho chiesto se ne avessero sentito parlare: quasi nessuno. Poi ho chiesto come vedono la loro scuola e quali di quei problemi ci siano anche da noi.
Le risposte sono state diverse, ma per lo più ha risposto il silenzio. Le poche voci si sono divise in due. Qualcuno ha detto: «La mia scuola funziona, che bisogno ho di protestare?». Qualcun altro ha chiuso il discorso con un: «Tanto non cambia niente». Da una parte la tranquillità di chi sta bene, dall’altra la rassegnazione.
Gli altri, quelli che non hanno le stesse possibilità, qui non ci sono. Far venire un poco di fame in ragazzi così sazi e apatici, impermeabili alla realtà circostante, è forse l’unica scommessa educativa che mi è rimasta.