Gli U2 sono tornati con Silencio, il nuovo singolo che anticipa il loro sedicesimo album in studio, “Carnaval de Luz“, in uscita il 13 novembre. Un brano che celebra cinquant’anni di carriera della band irlandese. Non siamo di fronte a un pezzo memorabile, ricorda Vertigo, ma la canzone ha il merito di riportare Bono e compagni al punk rock della prima ora.
Il videoclip è stato girato nel celebre Salón Los Ángeles a Citta del Messico. Fondata nel 1937, questa storica sala da ballo è stata uno dei luoghi simbolo della vita culturale cittadina, frequentata nel tempo da figure come Frida Kahlo, Fidel Castro e Che Guevara. Diretto da Anton Corbijn, il video gioca fin da subito con un’atmosfera decadente e sospesa nel tempo che ricorda da vicino un altro celebre videoclip del regista olandese girato nei primi anni Novanta, It’s No Good dei Depeche Mode. Tra le coppie che popolano il locale emergono continui richiami alla discografia e all’immaginario degli U2, dalla riapparizione dell’alter ego MacPhisto fino a un’iconografia cristiana diffusa tra crocifissi e figure sacre.
Il testo di Silencio muove le sue righe attorno al tema del silenzio e della ricerca di una presenza protettiva. La canzone si apre invocando persino la Vergine Maria, figura evangelica di custodia e di dolore: “C’è un silenzio in cui un bambino non piange / C’è una quiete in cui una madre potrebbe sospirare / Mamma Maria, un angelo le ha offerto una scelta.” Ma il silenzio può farsi anche luogo di tentazione, il contrasto tra sacro e profano tipico degli U2: “Nel silenzio, il diavolo balla il rock and roll.”
Il ritornello esplode con un’invocazione diretta: “Silencio, silencio / Dov’è finito il nostro amore? / Ehi, Gesù di Rio / È quando sono con te che mi manchi di più.” Fino al passaggio centrale in cui la dialettica tra tentazione e fede si fa ancora più evidente: “Vestito da diavolo / Stasera sei l’ospite del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.”
Silencio si presenta così come un racconto essenziale, dove la memoria della band incontra un’umanità variegata in una sala da ballo in declino, metafora di un mondo (cupo e violento) bisognoso di luce e di speranza.