Non c’è più religione. Entro per la prima volta in una terza liceo e scopro che la maggior parte degli studenti ha scelto di non avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica. Chiedo il perché. Le risposte sono diverse. C’è chi viene da scuole cattoliche e ne è uscito con un rifiuto netto. C’è chi ha incontrato cattivi maestri. Altri sono semplicemente indifferenti.
Una ragazza, la più battagliera, mi racconta di aver già proposto in un’assemblea di classe di spostare la mia ora alla fine della giornata, così da poter uscire prima. A quanto pare, l’idea avrebbe anche qualche sostenitore tra i colleghi. Niente di nuovo, purtroppo.
A quel punto intervengo. Spiego che ho il diritto di insegnare e che meritano rispetto anche quei ragazzi che hanno scelto di restare un’ora in più. Poi racconto loro il mio modo di intendere questa materia. Parlo di musica, letteratura e cinema, strumenti per leggere il mondo, per farsi domande, per provare a capire qualcosa in più di sé e degli altri.
Succede che le distanze cominciano ad accorciarsi. I ragazzi che poco prima volevano soltanto andare via mi chiedono che musica ascolto. Scopro così chi suona la batteria, chi ama il teatro, chi è appassionato di David Bowie. Mi accorgo che tante delle cose di cui avrei voluto parlare con loro sono già lì, nelle loro passioni, nelle loro curiosità. Bisognava soltanto trovare il modo di incontrarsi.
Ed è proprio questo che mi rattrista. Non perché qualcuno abbia fatto una scelta diversa dalla mia, ma perché ho la sensazione che stiamo perdendo un’occasione. Quella di fermarci un’ora e parlare delle cose che contano. Senza obbligare nessuno a credere, ma senza rinunciare a cercare insieme.
Mi torna in mente “Sign ‘O’ the Times” di Prince. Una canzone che racconta un mondo difficile, attraversato da paure e contraddizioni, nel quale spesso si cerca una via di fuga. Anche noi, qualche volta, preferiamo cancellare un’ora piuttosto che provare a capire che cosa potrebbe succedere dentro quell’ora. Quei ragazzi, appena abbiamo cominciato a parlare davvero, hanno mostrato di avere molto da raccontare.
Da docente, è questo che mi dispiace. Non arrivare a tutti, questo può succedere. Ma rischiare di non incontrarli nemmeno. Perché io entro in classe per insegnare, certo, ma anche per ascoltare. E ciascuno di quei ragazzi, con le sue idee, le sue ferite, le sue passioni e le sue domande, merita di essere preso sul serio. Come una persona che mi è affidata, non come un nome su un registro.
A volte, basterebbe un’ora per scoprire il mondo.
“Sign ‘O’ the Times” – Prince
«In Francia un ragazzo esile è morto per una grave malattia dal nome corto (AIDS) / Per caso la sua ragazza ha provato un ago / E presto anche lei ha fatto lo stesso / A casa ci sono ragazzi di diciassette anni / E la loro idea di divertimento è di essere in una gang chiamata i Discepoli / Fatti di crack, impugnano una mitragliatrice/ Tempo, tempi»
«L’uragano Annie ha distrutto il soffitto di una chiesa e ucciso quelli che c’erano dentro / Accendi la televisione e ogni altra storia ti dice che qualcuno è morto / Una sorella ha ucciso suo figlio perchè non poteva dargli da mangiare / E noi mandiamo persone sulla luna / A settembre mio cugino ha provato lo spinello per la prima volta / Ora si fa di eroina, è giugno / Tempi, tempi»
«È ridicolo, no? Quando una nave spaziale esplode e ancora tutti vogliono volare / Alcuni dicono che un uomo non è felice, fino a quando un uomo muore davvero / Oh, perchè? / Tempo, tempi»
«Piccola, fai un discorso, inizia una guerra e i vicini la fanno soltanto brillare / Ma se una notte cadrà e una bomba pure / Qualcuno vedrà l’alba? Tempo, tempi»