Uscire da scuola dopo una mattinata andata male lascia un vuoto, ed è frustrante. Classi pollai, parole che rimbalzano sui banchi senza agganciare nessuno, la sensazione sgradevole di aver sprecato tempo. Al suono della campana dell’ultima ora mi metto lo zaino in spalla, varco il cancello e quasi mi pento della scelta fatta, cioè insegnare la religione in cui credo.
Mentre cammino verso casa mi raggiunge uno di loro, un ragazzo di prima. La mia canonica dista seicento metri dalla scuola e dalle aule del primo piano si vede bene; tra i tetti e i palazzi del quartiere spunta il campanile. Lo studente mi affianca sul marciapiede, punta il dito verso il campanile e mi chiede com’è fatta casa mia.
Gli racconto le cose come stanno. C’è una piccola cucina, un salone per tutti e poi ogni sacerdote ha la sua stanza. A me è capitata quella con il bagno più piccolo. Mi guarda stranito, spiazzato. Come si fa a vivere così, senza una casa tutta per sé?
Provo a spiegargli che ci si fa bastare quello che c’è, e gli cito san Paolo, che ha imparato a stare nella povertà come nell’abbondanza. La citazione non lo convince. Scuote la testa, ci pensa un attimo e poi, con una sicurezza disarmante, mi dice che quando inizierà a lavorare sarà lui a darmi i soldi per comprarmi una casa tutta mia. Non sa che anni fa ho rinunciato a ereditarne una da mio padre. Gesù non aveva dove poggiare il capo; perché dovrei averlo io?
L’ingenuità di quel gesto mi ha commosso. Un attimo prima mi sentivo inutile davanti a decine di ragazzi distratti; un attimo dopo uno di loro mi guardava sul serio, attento a ciò che mi mancava, pronto a prendersi cura di me. Pascoli scriveva che in ognuno di noi vive un fanciullino, capace di stupirsi delle cose come fosse la prima volta. Quel giorno ne ho incontrato uno sul marciapiede.
È la sproporzione di questo mestiere. Pensi di non aver lasciato nulla nelle tue lezioni e ti ritrovi accompagnato a casa dallo sguardo bambino di chi ha già deciso di non lasciarti solo. Educare è anche questo, crescere con chi stai educando.
«È dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi, come vide Cebes Tebano nell’Fedone di Platone per la paura della morte, ma lagrime ancora e risa che si rispondono, senza un perché, d’un tratto, senza che un movente apparisca ai nostri occhi tecnologici o materiali. Egli è quello, dunque, che ha paura al buio, perché al buio vede o crede di vedere; quello che alla luce sogna, o sembra sognare, ricordando cose non vedute mai; quello che parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, ai liquidi; quello che piange e ride con cose che lasciano freddi gli uomini fatti.»
«Egli è l’adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente. Egli scopre nelle cose le somiglianze e relazioni più ingegnose. Egli adatta i nomi propri ai nomi comuni e i nomi comuni ai nomi propri.»
(Tratto da Il fanciullino di Giovanni Pascoli, primo capitolo)