Secondo anno, primo giorno di scuola. Tra i banchi c’è un ragazzo ripetente. Alla prima ora chiedo a tutti perché abbiano scelto di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica. Quando arriva il suo turno, mi guarda e risponde dritto: perché amo Dio.
Lì per lì non gli credo. Anzi, la prendo per una battuta da spavaldo e lo derido davanti a tutta la classe. Eppure quella frase mi resta dentro per giorni, lavora nell’ombra e mi pesa sul cuore come un macigno. Mi pento di aver riso, di aver liquidato con un ghigno una parola che meritava rispetto. La settimana dopo torno in quell’aula. Lo guardo, riprendo il discorso e lo riabilito davanti ai compagni, dandogli valore, chiedendo scusa a modo mio per non avergli dato credito.
Passa un’altra settimana. Lo incrocio in corridoio durante l’intervallo. Alcuni suoi compagni, vedendomi arrivare, mi chiamano a gran voce e gli tirano su la manica della camicia. Sul braccio destro ha un tatuaggio enorme che gli copre tutto il braccio: la Vergine Maria con un Rosario intrecciato. Lo guardo spiazzato e gli chiedo se è davvero consapevole di ciò che si è impresso addosso per sempre. Lui si guarda il braccio, poi mi fissa e dice semplicemente: Perché sì, è una bella donna.
Quel gesto e quelle parole mi hanno riportato alla mente “La schiena di Parker”, il racconto di Flannery O’Connor. In quelle pagine un uomo rozzo si fa tatuare sulla schiena il volto di un Cristo bizantino, senza sapere nulla di Lui, perché guardato e toccato da una bellezza che esige tutto.
Quel ragazzo è il mio Parker. Cercava la bellezza di una Presenza e l’ha incisa sulla pelle per non perderla. Davanti a tanta immediatezza capisco che non servono grandi teorie; basta la forza di un incontro che s’incarna, cioè diventa concreto, che segna la carne e restituisce senso allo stare in classe.
«In una delle pagine un paio d’occhi gli diede un’occhiata rapida. Parker continuò a sfogliare in fretta, poi si fermò. Gli sembrò persino che il cuore gli si fosse fermato; ci fu un silenzio assoluto. Gli parve di sentire una voce chiarissima, come se il silenzio stesso fosse una lingua: Torna indietro. Tornò alla pagina e la fissò. Era la testa di un Cristo bizantino dagli occhi severi e allineati. Fu trafitto dal loro sguardo. Era un Cristo Pantocratore, con occhi enormi, esigenti, che sembravano guardare dritto dentro di lui. “Quale vuoi?” chiese il tatuatore. “Questo,” disse Parker, sfiorando la figura con le dita. “Sei sicuro? È un Cristo bizantino. Non è roba comune.” “Questo,” ripeté Parker. “Non ce n’è un altro.”»
«Gli occhi che ormai dimoravano per sempre sulla sua schiena erano occhi ai quali si doveva obbedire. Ne era certo, come raramente gli era accaduto di esser certo di qualcosa.»
(Tratto dal racconto “La schiena di Parker” di Flannery O’Connor)