Faccio l’appello e le domande partono prima ancora che arrivi in fondo alla lista. Una addosso all’altra, da banchi diversi. Prof, perché devo essere costretta a fare religione? Perché i genitori scelgono al posto mio? Se Dio esiste, perché c’è il male? Perché lei è un prete? Perché io, che ho scelto di non fare religione, devo stare lo stesso in classe? Perché non sono libero di non credere? Perché Gesù è il figlio di Dio? Perché devo rispettare i comandamenti? Perché devo andare in chiesa per forza? Perché ho ricevuto il Battesimo?
Sul restare in aula chiarisco subito che si tratta di una disposizione temporanea della scuola, dettata dalle circostanze, e non di una mia decisione. So che a loro cambia poco: la sedia è quella, e l’ora pure. Per una sola di queste domande ci vorrebbe una vita intera, e me ne arrivano dieci insieme. Alzo gli occhi dal registro e dico che sono domande giuste, e che una classe in cui nessuno chiede nulla mi preoccuperebbe molto di più.
Il poeta e scrittore tedesco Rainer Maria Rilke consigliava di amare le domande stesse, senza pretendere subito le risposte. Lo scrisse a un giovane poeta Franz Xaver Kappus, diciannovenne cadetto dell’Accademia militare di Wiener Neustadt che, incerto sul proprio futuro diviso tra la carriera militare e la vocazione poetica, decise di rivolgersi a Rilke per un consiglio.
Ci provo a tenere in piedi le loro domande, a non chiuderle in fretta, anche se vogliono risposte soddisfacenti subito. Sui genitori dico che trasmettono ai figli i valori che hanno conosciuto e vissuto, anche quelli religiosi. Succede con la scuola: nessuno, finita la terza media, sceglie la scuola da frequentare, qualcun altro lo fa per loro. Non chiude la questione, ma spiega da dove nasce la scelta dei genitori di avvalersi per i figli dell’insegnamento della religione al liceo.
Sul male dico che non ho una spiegazione che regga davanti al dolore di un bambino. I cristiani non hanno una teoria del male; hanno un Dio che guardano in croce, e che ha scelto di non restare fuori dal dolore. Sulla libertà di non credere dico di sì. Nessuno può obbligarti a credere, e nessuno ci riesce. Posso solo chiederti di sapere bene che cosa stai rifiutando.
Quella sul perché sono prete è la domanda più diretta della mattina, e non basta una frase. Ci vorrà una storia, da raccontare con calma. Forse la racconteremo attraverso un libro che conoscono tutti e che non è quello che pensano: Pinocchio.
«Lei è così giovane, così al di qua di ogni inizio, e io vorrei pregarla quanto posso, caro signore, di aver pazienza verso tutto ciò che è irrisolto nel suo cuore e di tentar di amare le domande stesse come stanze serrate e come libri scritti in una lingua molto strana. Non cerchi ora risposte che non possono esserle date, perché non le potrebbe vivere. E si tratta di vivere ogni cosa. Viva ora le domande. Forse poi, pian piano, senza avvedersene, si troverà un giorno lontano a vivere la risposta.»
(Rainer Maria Rilke, “Lettere a un giovane poeta”, IV)