GiORNO 9

Alla fine dell’ora nessuno si era alzato. La campanella era suonata da un pezzo, ma la classe restava immobile. Pochi minuti prima c’erano state urla, banchi spostati, parole grosse. Nella prima fila e al centro, seduto, un ragazzo con le braccia incrociate e gli occhi sul banco.

Tutto era partito da una richiesta semplice. Quel ragazzo ha un piano didattico personalizzato, tra le misure previste ha la possibilità di concordare le interrogazioni. Il giorno lo aveva scelto lui. Ma quella mattina ha detto che non ce la faceva e ha chiesto di uscire un’ora prima. È bastato. I compagni, che quella facoltà non ce l’hanno, sono insorti tutti insieme, compatti, come se aspettassero da tempo un pretesto.

Da qualche settimana notavo il suo isolamento. L’intervallo passato da solo, il banco un po’ staccato dagli altri. Quel giorno ho capito che l’interrogazione non c’entrava più nulla.

Ho fatto il moderatore nel senso più modesto del termine. Ho dato la parola a turno per impedire che si parlasse uno sopra l’altro, provando a placare gli animi più agitati. Poi ho ascoltato. Lui ha detto di sentirsi solo, di non saper avvicinare nessuno, di essere stato tradito in qualche modo. Loro hanno risposto che lo avevano cercato più volte, che a chi gli stava vicino non diceva mai grazie, che a un certo punto avevano smesso di provarci. Ognuno parlava dell’altro e, senza accorgersene, parlava di sé.

Dopo un’ora era evidente una cosa che nessuno aveva previsto. Si volevano bene. Non si parlavano da troppo tempo, e l’affetto, quando non viene detto, si trasforma in risentimento. Il «tutti contro uno» aveva dato forma a una nostalgia.

René Girard ha studiato a lungo il meccanismo del capro espiatorio. Un gruppo si compatta scaricando la tensione su uno solo, e quel ritrovarsi uniti sembra una pace. Ma il ragazzo non era lì perché colpevole. Era l’unico che aveva mostrato in pubblico ciò che tutti nascondevano, la fatica di stare insieme.

Il libro della Genesi mette in bocca a Caino una domanda che sembra una difesa e invece è un atto d’accusa contro tutti noi: «Sono forse io il custode di mio fratello?». Quella mattina la classe ha scoperto che la risposta è “sì”, e che il silenzio è già un modo di rispondere “no”. A un certo punto qualcuno ha lasciato cadere la sua pietra, per dirla con il vangelo di Giovanni: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Basta uno, e tutti gli altri si accorgono di averne in mano una.

Alla fine il ragazzo ha deciso di andare all’interrogazione. Nessuno ha applaudito, e credo sia stata la cosa più giusta. Certe riconciliazioni non hanno bisogno di rumore.


CITAZIONI

  • Genesi 4,9 (CEI 2008): «Sono forse io il custode di mio fratello?». È la risposta di Caino alla domanda del Signore su Abele.
  • Giovanni 8,7 (CEI 2008): «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei».
  • René Girard, Le bouc émissaire, Grasset, Paris 1982. L’edizione italiana è Il capro espiatorio, Adelphi, Milano 1987.
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