Nelle prime settimane di scuola capita che l’istituto, a corto di docenti, trattenga nelle nostre aule anche chi non si avvale dell’insegnamento della religione. È un abuso, ma tollerato. La scuola ha le sue necessità e, a volerlo, ne nasce un’occasione d’incontro con ragazzi che altrimenti non frequenterei.
Si riconoscono subito. Non hanno voglia, non rispondono al saluto, si irritano se provi ad aprire una discussione. Poi ci sono quelli che scelgono religione, opposti. C’è chi chiede di sedersi accanto a te, non per fare il gradasso ma perché ha bisogno di vicinanza. Ieri una classe, uscendo, mi ha applaudito. Con loro si sale e si scende di continuo, trascinati dagli umori e dagli istinti.
Senza l’arma del voto non sono ricattabili, e così emerge l’umano, nel bene e nel male. La sfida, allora, è l’autocontrollo, il mio self control prima ancora del loro rispetto. Pensi di aver guadagnato un po’ di autorevolezza e di empatia, ti senti saldo, con i piedi per terra, e la settimana dopo li hai già perduti.
Il vangelo di Giovanni conosce bene questo meccanismo. Gesù si trova a Gerusalemme per la Pasqua e molti credono in lui alla vista dei segni che compie. Subito dopo l’evangelista annota che Gesù «non si fidava di loro, perché conosceva tutti» e sapeva «quello che c’è nell’uomo» (Gv 2,24-25). Non si tratta di diffidenza né di cinismo. È lo sguardo di chi non costruisce sull’entusiasmo di un giorno, perché sa che la folla plaudente e quella che volta le spalle spesso coincidono. L’applauso non è ancora una relazione.
Una richiesta analoga, in chiave più laica, la rivolgeva Rudyard Kipling al figlio in una poesia diventata proverbiale: saper «incontrare il Trionfo e il Disastro / e trattare quei due impostori allo stesso modo». L’applauso all’uscita e il saluto negato sono i due impostori. Né l’uno né l’altro rivelano chi siano davvero quei ragazzi, e nemmeno chi sia io.
Forse la postura giusta davanti a una classe è questa. Diffidare dell’applauso, non offendersi per il silenzio, rimanere allo stesso posto, con lo stesso sguardo, tutti i santi giorni.