C’è un complimento che ogni insegnante di religione conosce bene. Arriva quando qualcuno si ferma accanto alla cattedra e dice che la nostra ora è stata più bella della settimana. Si sorride, si ringrazia, e ce lo portiamo a casa come una medaglia. Io per primo.
Più bella perché? Perché non c’è il voto che spaventa, ci si può sfogare, ogni tanto si guarda un film, il prof è simpatico. Ragioni rispettabili, nessuna riguarda Cristo.
Abbiamo trasformato la nostra materia in uno sportello. A seconda dei giorni diventa educazione civica con il collarino, psicologia di corridoio, laboratorio di valori, di dialogo, di accoglienza. Serve a rassicurare i genitori, a convincere la scuola che siamo utili, a dimostrare a noi stessi che un posto ce l’abbiamo ancora. E se la cattedra è un piccolo ufficio di consulenza, i ragazzi fanno benissimo a trattarla così.
Nel Vangelo di Giovanni, alcuni Greci salgono a Gerusalemme per la festa e si rivolgono a Filippo con una richiesta semplicissima: «Signore, vogliamo vedere Gesù» (Gv 12,21). È la domanda che ogni ragazzo porta in classe anche quando la nasconde dietro una battuta. La risposta di Gesù sembra fuori tema. Non offre un programma né un incontro. Parla di un chicco: «In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24).
Il chicco al riparo nel sacco ha un aspetto sano, asciutto, presentabile. Ma resta solo. Per incontrare Gesù bisogna passare dalla terra, dall’oscurità, dalla perdita. Vale per Lui e vale per chi pretende di mostrarlo. Un’ora che voglia far arrivare fino a Cristo deve rinunciare a essere utile o indispensabile. Deve accettare di non servire a niente, né al voto né al curriculum e né al nostro bisogno di essere amati.
A questo punto arriva puntuale la difesa. Quanti ragazzi ci hanno voluto bene, quanti ci scrivono ancora a distanza di anni. Probabilmente è vero. Ma quell’affetto è rivolto a noi o a Lui? Chi legge e si risente porti pure i suoi testimoni, io qualcuno ne ho. Poi però mi pongo un’altra domanda, e non è comoda. Quanti, usciti dalle nostre aule, hanno incontrato davvero Cristo? Quanti lo hanno visto in noi, nel modo di ascoltare, di sbagliare, di chiedere scusa, di restare quando converrebbe andarsene? Temo che le risposte siano meno dell’elenco dei trionfi. Preferisco l’irritazione di un collega al nostro compiacimento.
Una canzone dice tutto questo meglio di un saggio. Si intitola St. John, l’hanno incisa i Tuxedomoon nel 1985 su “Holy Wars”. Racconta un uomo disperato che muore crocifisso. Nessun predicatore a spiegare, nessuna consolazione frettolosa. La musica resta ferma e l’insensatezza del dolore inchiodata a quel legno, come restano ai piedi di una croce quelli che non trovano parole.
Un insegnante di religione quella sofferenza la incontra ogni mattina. Nello sguardo spento dell’ultima fila, nell’apatia che torna ogni lunedì, nel ragazzo che esplode di rabbia per un brutto voto, nella ragazza che sorride troppo. Sa dargli un senso o lo liquida con una frase fatta? Davanti allo strazio di un ragazzo, il senso non è una teoria. Il chicco non spiega la morte, ci entra dentro. Insegnare religione, forse, significa restare in classe dentro quella ferita, senza ripararsi dietro le parole, finché qualcosa accada.
Del chicco non si vede nulla per molto tempo. Passa l’inverno, la terra sembra vuota. I ragazzi, finita la scuola, andranno per strade sconosciute e dimenticheranno in fretta tutto e tutti. Cresceranno, attraversando il campo senza sapere cosa ci sia sotto. Poi, un mattino, spunta un filo verde, e nessuno ricorda chi abbia seminato. Non deve ricordarlo. Siamo contadini, il nostro mestiere è gettare il seme e consegnarlo alla terra. Raccoglierne i frutti non spetta a noi.
Paolo lo ricorda ai Corinzi con un’immagine di campagna: «Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma era Dio che faceva crescere. Sicché, né chi pianta né chi irriga vale qualcosa, ma solo Dio, che fa crescere. Chi pianta e chi irriga sono una medesima cosa: ciascuno riceverà la propria ricompensa secondo il proprio lavoro. Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete campo di Dio, edificio di Dio.» (1 Cor 3, 6-9)
La crescita non dipende dalla nostra bravura, dal carisma, dalla simpatia che riusciamo a guadagnarci. Dipende da Gesù e dalla fede di un insegnante di religione in Lui. Per questo la cattedra può restare senza riconoscimenti. Si semina senza tornaconto, nel campo che siamo noi, lasciando fare allo Spirito. Questa è vera letizia.