GIORNO 15

Entro in classe e conto i banchi vuoti. Il registro elettronico lo fa meglio di me, un’assenza è una casella da spuntare. Io noto anche il resto. La ragazza che da una settimana non alza gli occhi dal banco, il ragazzo che arriva con le stampelle e per giorni nessuno gli chiede niente, chi resta davanti al cancello con lo zaino in spalla e non entra. A quest’ultimo faccio un cenno, senza dire altro. Certe volte entra, altre no.

Non è una virtù. Insegnando religione senza l’arma del voto, devi guadagnarti il minimo indispensabile, cioè che qualcuno abbia voglia di restare.

Per questo mi ha colpito il discorso che Leone XIV, già insegnante di matematica e fisica, ha rivolto ai partecipanti al Congresso sulla pastorale scolastica e universitaria. Il Papa vuole scuole che siano prima di tutto «casa», «un luogo familiare dove si è attesi», e dice che il primo annuncio passa spesso da uno stile di accoglienza, fatto di «qualcuno che ti guarda negli occhi, che ricorda il tuo nome, che nota la tua assenza, che si rallegra del tuo ritorno». Si capisce che il Pontefice l’appello l’ha fatto davvero.

Parla di studenti che attraversano i corridoi e «forse si sentono anonimi». È il punto scomodo, perché la scuola sa essere efficientemente anonima, tra circolari, scrutini e sigle. Denuncia una «cultura della prestazione» e osserva che «una meritocrazia male intesa finisce per non rispettare le persone». Lo sa chiunque abbia visto un quindicenne rinunciare a provare per non sbagliare.

Una casa funziona al contrario. Non si entra perché si è bravi, si è attesi anche in ritardo o con la faccia di chi ha dormito poco e ha gli occhi chiusi. Come Bartimeo, a cui i discepoli dicono «Coraggio! Alzati, ti chiama!» (Mc 10,49). Prima la chiamata, poi il coraggio. La scuola, invece, chiede il coraggio in anticipo e distribuisce la fiducia a rate.

Il Papa chiede una pastorale capace di «rispondere al desiderio che ognuno porta in sé e percorrere insieme un cammino, umano e cristiano». Quel desiderio ha un nome che a scuola si pronuncia poco: poesia. Non intendo i versi da analizzare per il compito in classe, ma la bellezza, il senso della vita, la percezione che esista una vita più alta di quella che si trascina tra un’interrogazione e l’altra.

Johnny Marr, in New Town Velocity (dall’album “The Messenger”, 2013), apre dicendo di aver lasciato la scuola per la poesia. Gli Interpol, in So Rides the Reindeer (dall’album “This Mirror Weighs a Ton”, 2026), si chiedono come riprendersi le poesie perdute. Uno la sceglie lasciando l’aula, l’altro la rimpiange quando non c’è più. In entrambi il desiderio è rimasto acceso, ma la bellezza sono andati a cercarla fuori dalla scuola.

Notare però non basta. Un adulto che osserva tutto rischia di diventare un sorvegliante, e serve la giusta distanza, abbastanza vicino e abbastanza lontano da non pesare.

Questa è la pastorale scolastica più concreta che conosco. Ricordare un nome, accorgersi di un’assenza, rallegrarsi di un ritorno senza farne un premio. La casa si costruisce così, finché qualcuno entra e pensa che, tutto sommato, può restare.

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