GIORNO 22

Tre anni fa mi telefonò il direttore dell’ufficio scuola del vicariato di Roma. Su mandato del cardinale vicario, mi offriva un incarico da insegnante di religione in una scuola della periferia nord, da accettare o rifiutare nel giro di pochi minuti. Non me lo aspettavo e non c’era tempo per pensarci. Dissi di sì, un salto nel vuoto senza paracadute. Il primo giorno entro in una seconda classe e vedo passarmi davanti un casco lanciato in aria da uno studente. Intorno, una classe in rivolta contro la docente che mi aveva preceduto. Benvenuto, professore.

Poi i quaranta chilometri al giorno nel traffico di Roma. Chi si muove in auto nella città eterna sa cosa vuol dire. Impiego meno a fare la Roma-Napoli. Uscivo di casa alle prime luci dell’alba e tornavo non prima delle 5 del pomeriggio, con le riunioni fino alle 7 di sera e gli scrutini di giugno che si chiudevamo alle 23. Una vita da pendolare con il cartellino da timbrare e la stanchezza da nascondere.

Nel film “La scuola”, diretto da Daniele Luchetti nel 1995, Silvio Orlando è il professor Vivaldi in un istituto tecnico alla periferia di Roma. Siamo negli ultimi giorni, tra scrutini e interrogazioni, e lui, proprio nell’ultimo giorno, cerca di interrogare i ragazzi della quarta per permettere loro di recuperare le insufficienze. Sembra una piccola follia burocratica, ma è geniale. Intorno si discute di medie, di carte, di numeri, e lui si ostina a credere che ogni ragazzo sia ancora recuperabile. Mi sono riconosciuto in quella testardaggine senza applausi, e nell’idea che la scuola, per chi la abita davvero, sia un posto dove si resta oltre l’orario.

Se dovessi scegliere una colonna sonora per questi tre anni sarebbe Northern Sky di Nick Drake, dall’album “Bryter Layter” del 1971, con John Cale alla celesta, al piano e all’organo. Una canzone che parla di un cielo del nord e di qualcosa che arriva quando non lo si aspettava più. Il nord, appunto, dove contro ogni pregiudizio non ci stanno soltanto i pariolini.

Poi è arrivato un messaggio. Quella classe del casco oggi è una quinta, e uno dei suoi studenti, saputo del mio trasferimento in un liceo, mi ha scritto su Instagram. «Siamo tornati a scuola e speravamo d’incontrarla, ma lei non c’era più». Quella notte ho pianto.

Credevo di dover salvare qualcuno e mi sono accorto di essere stato cercato. Quelle giornate infinite, quei caschi in aria, quegli scrutini a notte fonda mi hanno restituito il senso della mia vita di uomo e di sacerdote. Non perché abbia salvato qualcuno, ma perché ho smesso di chiedermi a cosa servo.

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