Lo scrivo subito, in questo post sarò politicamente scorretto. Chi insegna perché non sa fare altro, presenta il conto ai ragazzi. E il prezzo che pagano gli studenti è altissimo. Nei testi evangelici c’è una eco e che riguarda i farisei: «Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito» (Matteo 23,4)
C’è una categoria simile che il ministero non censisce: i rifugiati della cattedra. Non sono quelli che arrivano all’insegnamento per vocazione, sono quelli che ci sono capitati per necessità. Altrove non andava, qui c’è lo stipendio fisso, 4 ore al mattino di lavoro e si torna presto a casa. Certo, c’è il resto del lavoro a casa. Hanno un titolo, e quello basta per tirare a campare e legare fardelli pesanti sulle spalle degli studenti. A volte, i docenti meno preparati mostrano una durezza eccessiva con i ragazzi, combinando pasticci.
Poi c’è l’estate. Smettiamola di ironizzare sul mito dei tre mesi di ferie, perché quello che ci dicono gli altri, quelli che svolgono altre professioni, è quasi vero. Un mese e mezzo di effettive vacanze estive (da metà luglio a quasi tutto agosto). Con le due settimane a Natale e una a Pasqua, fanno due mesi di stop dalle lezioni. Quale altro lavoratore li ha? Si dirà che ci sono scrutini, esami e riunioni. È vero, ma il privilegio resta, e negarlo prende in giro gli altri e, peggio, noi stessi.
Insegnare chiede doti particolari, come fare il muratore o il fisico nucleare. Riguardo l’insegnamento ne ho individuati tre, perché averne solo due si fanno i disastri. Quelle umane, cioè l’empatia e lo sguardo che vede il ragazzo prima del voto. Quelle psicologiche, cioè l’equilibrio di chi non scarica sulla classe i propri conti in sospeso. Quelle professionali e pedagogiche, cioè sapere la materia e saperla insegnare. Prima di fare l’insegnante di religione, oltre ai necessari titoli accademici (non ho frequentato l’istituto di scienze religiose ma tre università pontifice), ho sostenuto e superato i test psicologici attitudinali organizzati dalla mia diocesi. Allora mi sembrava troppo, oggi lo trovo giusto. Un collega potrà dire che anch’io ho i miei difetti. Può darsi. Avevo alternative più comode e meglio pagate, ma sono a scuola perché stanco di non vedere i giovani in chiesa. Li cerco fuori dalla sagrestia.
L’insegnante vincitore di concorso, dopo l’anno di prova, firma un contratto a tempo indeterminato. Così entra in una specie di eternità laica e di impunibilità. La tutela sindacale è sacrosanta quando difende un diritto, meno quando diventa una corazza contro lo sguardo di chi paga. E a pagare sono i contribuenti. In ogni lavoro, prima o poi, qualcuno guarda la resa, l’efficienza, la produttività. Il ministero dovrebbe farlo con gli insegnanti almeno ogni cinque anni. Occorrerebbe valutare la professionalità, la salute psicologica e le capacità pedagogiche di ogni singolo docente. E non per punire, ma perché chi insegna bene si merita un avanzamento di carriera e un aumento di stipendio, mentre chi si è addormentato merita una sveglia.
Ma controllare non basta, bisogna prima insegnare a insegnare. Si entra in cattedra sapendo la materia e basta, come se saper nuotare bastasse a insegnare a nuotare. Le competenze pedagogiche, cioè come si tiene una classe, come si spiega a chi non capisce, come si valuta senza umiliare, quasi nessuno le ha, perché non le ha mai imparate davvero. La formazione, quando c’è, arriva tardi e di corsa, e il novellino impara a spese dei ragazzi. Pretendere la resa da chi non ha mai ricevuto gli strumenti sarebbe un’altra ingiustizia.
Si valuti, dunque, ma si formi prima e durante, e non una volta ogni tanto. Esistono percorsi di formazione pedagogica per chi vuole insegnare, e chi mi leggerà potrebbe ricordarmeli, lo so. Ma quei corsi bisognerebbe almeno frequentarli. Nel film La classe del regista francese Laurent Cantet (2008), un insegnante preparato perde la misura una sola volta, e a pagare è un ragazzo. Figuriamoci quando la competenza manca già in partenza.
Lo dico anche di noi insegnanti di religione. Per anni siamo stati precari, senza concorso, e quella fatica merita rispetto. Ma ora che tanti sono passati all’indeterminato, il rischio è abbassare l’asticella e riempire l’ora con un film qualunque o due chiacchiere, perché tanto nessuno controlla. Così la materia, considerata “farlocca”, lo diventa davvero. Un’ora a settimana con quei ragazzi è un tesoro, e sprecarla è un furto.
Perché i ragazzi sanno chi li guarda e chi li sorveglia, chi li ascolta e chi attende la campanella più di loro. Daniel Pennac, nel Diario di scuola (2007), racconta di essere stato un somaro, e di essersi salvato grazie a tre o quattro adulti che lo guardarono diversamente. Bastarono tre o quattro. Quanti ce ne vogliono, se gli altri sono “imboscati”?
Insegnare non è un rifugio, ma un’esposizione. Chi cerca soltanto riparo ha mille altri posti, più comodi, con meno pubblico e meno futuro altrui in gioco. Lì il danno lo fai a una pratica, e una pratica ferma si archivia, provocando a qualcuno comunque un danno. Un ragazzo lasciato a se stesso no, quello se lo porta dietro per anni.