GIORNO 30

Domenica mattina, ore 8:30. Il telefono vibra e compare un link, seguito da tre pollici alzati e da un «Ricordo a tutti la scadenza». Non è un’emergenza, è un modulo da compilare entro giovedì. Per me la domenica è giorno di lavoro e di preghiera in parrocchia, e il telefono non lo guardo mentre sto in chiesa. Io ho diciotto classi, quindi diciotto gruppi, diciotto occasioni al giorno per scoprire che qualcuno, da qualche parte, ha avuto un’idea e ha sentito il bisogno di comunicarla a tutti, subito. Alle undici di sera, a mezzanotte, all’alba.

La mia soglia di sopportazione sono le cinque del pomeriggio. Dopo, la scuola dovrebbe tornare a essere un luogo da raggiungere il giorno dopo e non un rumore di fondo. La domanda è semplice e la faccio ad alta voce. Perché? Esistono la posta elettronica, la bacheca del registro, il collegio dei docenti, il corridoio. Le cose si possono dire di persona, in orario di servizio, guardandosi in faccia. Invece si sceglie lo strumento che unisce tre qualità micidiali. È istantaneo, è collettivo e non dimentica niente.

Confesso un’aggravante. Frequento pochissimo la sala professori, dove si ciancia a vanvera, spesso e ad alta voce, e dove il tempo si consuma in chiacchiere che non lasciano traccia. Il gruppo WhatsApp è la stessa sala, solo più ostinata. Non chiude mai, non ha un’ora di fine e non si può nemmeno uscire con discrezione. Ci si porta dietro il chiacchiericcio fin dentro casa, e di lì fin dentro la domenica.

Il messaggio domenicale, in fondo, è una piccola autocertificazione di zelo. Chi lo scrive non pretende davvero una risposta, vuole mostrare di essere sveglio e al lavoro anche in un giorno di festa, e chi non risponde passa per svogliato. Il risultato è un paradosso da manuale. Con più canali comunicano meno persone, perché l’avviso importante annega tra venti «grazie», «buona domenica» e faccine che applaudono. Dei diciotto gruppi, quanti messaggi non potevano aspettare il lunedì?

Nel film Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese (2016) sette amici mettono i telefoni al centro della tavola e scoprono quanto poco si conoscano. Da noi il telefono sta sempre sul tavolo, anche a cena, anche di domenica, ma non rivela nessun segreto. Annuncia soltanto scadenze. Se non altro il film aveva una trama.

Blaise Pascal, nei “Pensieri” aveva già diagnosticato il male. Nel frammento sul divertimento scrive che «tout le malheur des hommes vient d’une seule chose, qui est de ne savoir pas demeurer en repos dans une chambre». Tutta l’infelicità degli uomini, cioè, viene dal non saper restare in riposo in una stanza. Stare in silenzio in una stanza ci costringe a guardare dentro nel proprio abisso, un’esperienza che la maggior parte delle persone trova insopportabile. Mina cantava che ogni tanto è bello stare soli.

Il gruppo è la stanza che non chiudiamo mai a chiave, ed è anche l’uscita di sicurezza da noi stessi. Ci si agita per non guardarsi dentro, e la scuola, così piena di cose da fare, offre alibi perfetti.

Il Vangelo è più concreto del filosofo. Nel racconto di Marco gli apostoli tornano dalla missione, pieni di cose da riferire, mentre intorno c’è così tanta gente che va e viene da non lasciare loro il tempo nemmeno di mangiare. Gesù non organizza una riunione e non apre un canale. Li invita a venire in disparte, in un luogo solitario, a riposare un po’ (Mc 6,31). Anche chi, come me, vive la domenica tra il lavoro e la preghiera sa che non c’è servizio senza riposo. Il tempo dedicato a Dio e alla comunità non è un ritaglio da riempire tra le chat di un telefono.

Vorrei incontrare il collega del messaggio della domenica mattina e dirgli a voce, magari in corridoio, quella cosa del modulo. Basterebbero trenta secondi, nessuna notifica, nessun pollice alzato, nessuna cronologia da scorrere. E vorrei dire ai consigli di classe, con calma e di persona, che la giornata di lavoro ha una soglia e che sarebbe bene non superarla. Dopo le cinque del pomeriggio la scuola potrebbe tacere, specie nei fine settimana.

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