GIORNO 31

Entro in una classe e il rumore mi accoglie prima del saluto. Non è cattiveria, è il solito caos. Provo a riordinare la classe con le parole, con lo sguardo, con un silenzio che dura qualche secondo di troppo. Niente. Allora faccio un gesto da attore consumato. Apro il registro, fingo di scrivere con aria arrabbiata e annuncio agli studenti che è stata inflitta a tutti una nota disciplinare.

Il silenzio cala improvvisamente. Aggiungo che la nota potrà essere tolta, ma soltanto alla fine della lezione, e soltanto se la condotta cambierà. Da quel momento sono composti, attenti, quasi cortesi. La nota, naturalmente, non esiste. Ho ottenuto in due minuti ciò che le parole non avevano ottenuto in dieci, e non ne vado fiero.

Poco prima della campanella confesso il bluff. Dico che la nota era una messinscena. Poi faccio notare una cosa che non è piaciuta nemmeno a me. Quel sistema di premio e castigo che contestano ogni giorno, i voti, le note, le sanzioni, lo hanno appena alimentato. Sono bastati un castigo minacciato e un premio promesso per farli stare buoni. Il sistema che dicono di detestare funziona anche perché lo fanno funzionare loro.

Alfie Kohn, nel saggio Punished by Rewards (Houghton Mifflin, 1993), sostiene che premi e punizioni siano le due facce di una stessa medaglia, e che quella medaglia non compri granché. Producono obbedienza a breve termine e lasciano intatta la domanda di fondo: perché dovrei comportarmi bene quando nessuno mi guarda? Io, per qualche minuto, ho usato proprio quella moneta, il fatto che abbia funzionato è un guaio.

La reazione è stata il silenzio. I ragazzi sono rimasti basiti, nessuno ha replicato, nessuno ha riso. Non so se fosse sollievo, rabbia o sorpresa, e forse nemmeno loro. Avessero potuto, mi avrebberoo menato. Ma la campanella non chiude il discorso, lo sospende. Vorrei che capissero che la comunità scolastica si può vivere in un altro modo, in cui l’ordine nasce non dalla minaccia. Ne riparleremo nelle prossime lezioni, quando i ragazzi avranno avuto il tempo di decidere che cosa farne dell’insegnante di religione che ha mentito spudoratamente.

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