Aspetto fuori dalla porta. Chi mi precede non esce e la verifica continua. Dopo qualche minuto decido di entrare, ma vengo accolto da una richiesta gentile. Mi si chiede di uscire per lasciare finire i ragazzi. Non spetterebbe a me aspettare, il tempo è mio e dei miei studenti, ma sono una persona (quasi) tollerante e mi allontano. Dopo altri minuti rientro, e stavolta non esco più.
È allora che vedo la scena. Il collega strappa dalle mani degli studenti i fogli della verifica, accusa qualcuno di aver copiato e urla che i ragazzi sono in ritardo. La classe tace e resta a guardare le proprie mani vuote.
Mi resta una serie di domande. Perché fissare una verifica nell’ora che segue la ricreazione, quando i ragazzi rientrano agitati e ogni lezione parte già in ritardo di 10 minuti? Perché dare per scontato di potersi prendere il mio tempo, come ho già scritto in un altro post? E soprattutto, perché quel comportamento? A ben guardare, i ritardatari non erano i ragazzi. In ritardo era lui, atteso in un’altra classe. Una sua responsabilità è stata fatta ricadere sugli studenti, e questo è gravissimo. Si strappa un foglio dalle mani di un adolescente davanti ai compagni, lo si accusa di aver copiato e lo si fa sentire in colpa per aver tergiversato nella consegna della verifica. Anche se qualcuno avesse copiato, il tempo perso era di chi aveva mal organizzato il proprio.
Nel romanzo Momo di Michael Ende (1973) i ladri di tempo sono uomini grigi, gentili e impeccabili, che convincono tutti a risparmiare ore e minuti finché non resta più niente da vivere. Qui i ladri non portano cappotto grigio e non parlano a bassa voce. Gridano in classe, convinti di difendere la propria ora. Ma un’ora trascorsa a strappare fogli non è guadagnata, è soltanto sottratta a qualcun altro.
Caro collega, quei ragazzi meritano le tue scuse e non quei voti d’insufficienza già decretati andando via, di corsa, in un’altra classe. Come un ladro nella notte.