GIORNO 35

Ogni anno, a settembre, imparo i nomi degli studenti. Li leggo sul registro uno dopo l’altro e provo ad abbinarli ai volti. Con alcuni basta un attimo. Interrompono, scherzano, occupano lo spazio come se fosse una proprietà di famiglia. Li riconosco il primo giorno, spesso prima di sapere come si chiamano.

Poi ci sono gli altri, quelli che il registro nomina e la classe non mostra. Stanno in fondo o di lato, parlano poco e mai a voce alta. Fisso lo sguardo su di loro per capire chi siano, e mi sfuggono. Guardo un banco e vedo un nome; guardo ancora, e il volto compare per un istante e subito si ritira. Il registro elettronico, intanto, sa tutto. Conosce le assenze, i ritardi, la media ponderata. Del volto non sa niente.

Non è colpa loro, e non sempre è colpa mia. L’attenzione va dove c’è più rumore. Gli esuberanti la pretendono, i silenziosi non la chiedono, e così si può attraversare un anno intero davanti a una persona senza averla mai vista davvero.

A loro voglio dire una cosa, e la scrivo qui perché in classe non saprei come dirglielo. Io ci sono. Vi vedo, anche quando non sembra. Ma dentro ognuno c’è uno spazio sacro, e non spetta a me entrarci senza invito. Non busserò con forza. Lascerò la porta socchiusa, e il resto sarà vostro. Una promessa però posso farla. Vi porto con me. Quando esco dall’aula non vengono con me soltanto i più rumorosi. Vengono anche i nomi che all’appello rispondono “presente” a bassa voce.

Tra le canzoni che conosco, la più spietata su questo tema è “Mad World” dei Tears for Fears, una delle mie band preferite. Parole e musica di Roland Orzabal, voce di Curt Smith, singolo del 1982 e poi nell’album “The Hurting” (Mercury, 1983). Il paradosso è che l’hanno cantata in tanti. Il brano si presenta come un pezzo da classifica, ma sotto c’è un bambino che non riesce a farsi vedere. Lo stesso Orzabal ha raccontato di aver nascosto il senso della canzone in un fondale di arrangiamenti scintillanti. Succede lo stesso ai ragazzi che non fanno rumore.

Gli ultimi versi sono una lezione di pedagogia, e non delle più tenere. Prima c’è il compleanno, l’unico giorno in cui un bambino viene fatto sentire come ogni bambino dovrebbe sentirsi sempre. Subito dopo arriva l’ordine che la scuola conosce a memoria, sedersi e ascoltare. Poi il primo giorno tra i banchi, il nervosismo, la constatazione che nessuno sa chi sei. Infine la richiesta alla maestra.

Il bambino le rivolge una domanda minuscola, ma decisiva. Non chiede di essere notato e non chiede un voto. Chiede quale sia la sua lezione. L’aggettivo conta più di quanto sembri, perché “la mia” non è la lezione di tutti, quella che la classe ascolta in blocco e che passa sopra le teste. È una lezione fatta per lui, con un contenuto che lo riguarda. Il bambino, insomma, sta dicendo di essere pronto a imparare e di aspettare soltanto che qualcuno gli dica da dove cominciare.

È una disponibilità totale, e la canzone la consegna a una scuola che non la raccoglie. Chi domanda così non è un alunno da recuperare. È un alunno già dalla parte giusta della vita, e quello che manca è un adulto capace di rispondergli.

La risposta della maestra nella canzone non c’è. C’è l’ultima frase, “look right through me”, guardami attraverso, e a pronunciarla è chi sa già di essere trasparente, cioè invisibile. Il dettaglio più feroce è la condotta. Quel bambino non disturba, non protesta, obbedisce a ogni ordine, è l’allievo perfetto, e proprio per questo la maestra non lo vede.

Accorgersi di una persona è facilissimo. Non costa fatica e guardarla davvero richiede un minuto. A settembre comincio a imparare i nomi. A giugno, se avrò guardato bene, riconoscerò anche i volti.

error: Il contenuto è protetto da copyright. Tutti i diritti riservati.