Sulla lavagna c’erano i santini di alcuni calciatori della Roma, attaccati chissà quando da chissà chi. Prima ora del lunedì, una quarta classe che a quell’ora risponde a monosillabi. Ho chiesto ai ragazzi mezz’ora. Un’ora, infatti, non è mai concessa per diritto, specie a inizio e fine settimana. Un’ora in classe è come una partita, il tempo e le regole si stabiliscono prima del fischio d’inizio. Di solito inizio ogni lezione sintetizzando punto per punto ciò che voglio dire ai ragazzi, imitando il sommario delle notizie di un telegiornale. Un trucco comunicativo che mi fu insegnato da un docente di Psicologia della Comunicazione all’università. Permette a chi ascolta di seguire meglio il tuo ragionamento. Lo uso anche per le omelia in chiesa. È un patto, e funziona anche con chi alle otto di mattina è ancora dormiente.
Con i calciatori in giallorosso incollati alla lavagna, il passo verso Ognissanti e la commemorazione dei defunti è stato breve. Ho chiesto se credessero in un’eternità e le risposte sono arrivate più in fretta del previsto. Karma, reincarnazione, legge dell’attrazione. Ognuna ha il suo fascino. La legge dell’attrazione è un servizio clienti cosmico. Ordini all’universo ciò che desideri e, se non arriva, hai pensato male. La reincarnazione è il rinvio dell’esistenza a data da destinarsi. Il karma, il più diffuso dei tre, è un conto che prima o poi torna.
Ma i ragazzi sanno meglio degli adulti che 2 + 2 non sempre fa 4. Hanno visto il prepotente passare indenne e il mite pagare per tutti. Il male, insomma, non ricade per forza su chi lo commette, e chi ha sedici anni lo conosce per esperienza diretta.
Il karma ha anche una colonna sonora. Quella dei Radiohead nasce come una minaccia scherzosa che i musicisti si scambiavano in tournée, finisce in “OK Computer” (1997) e diventa il secondo singolo nell’agosto di quell’anno. Thom Yorke ha raccontato alla rivista on line Pitchfork che molta musica del disco sembra consolatoria, ed è soltanto leggendo le parole che si capisce il contrario. Vale anche per l’alienante “Karma Police”, dove la giustizia chiamata in causa è una polizia che arresta un tizio per il suo modo di parlare o per un taglio di capelli. È una giustizia che non si preoccupa di essere giusta.
Il salmista Asaf aveva lo stesso problema, ventotto secoli prima. Nel salmo 73 confessa di avere quasi perso l’equilibrio guardando il successo dei malvagi: «Ma io per poco non inciampavo, vedendo il successo dei malvagi… Ecco, così sono i malvagi: sempre al sicuro, ammassano ricchezze». Dice di aver riflettuto a lungo, senza capire, «finché non entrai nel santuario di Dio e compresi quale sarà la loro fine».
La risposta all’ingiustizia, nel salmo, non spiega il male, ma porta lo sguardo sulla fine, dove le cose si vedono per ciò che sono. Ogni 1° novembre la Chiesa fa una cosa simile. Guarda ai santi, e il giorno dopo ai defunti, perché nessuno è davvero perduto. Il karma promette una conseguenza, il salmo promette una presenza. Per questo il salmista chiude con un verso che nessuna legge cosmica scriverebbe mai: «Per me, il mio bene è stare vicino a Dio».
Forse è la differenza tra il karma che ti lascia solo con le tue azioni e un’eternità che ti aspetta con un nome. I santini restano attaccati alla lavagna, e per ragionarci insieme una mezz’ora basta. Il resto dell’eternità la discuteremo con più calma. Alle 8 di ogni santo lunedì.