Apro il registro e li vedo scritti tutti. Sei nomi accanto agli altri, alla voce che fino a ieri era colorata di rosso. Controllo due volte, come si fa con il gas prima di uscire di casa. Novembre è il mese in cui chi non si avvale dell’ora di religione, tutti quelli segnati in rosso, va altrove. Il sestetto, invece, è ancora lì tra i banchi.
Me lo avevano detto a inizio ora. Faranno religione comunque, l’hanno comunicato in segreteria, si trovano bene con il mio modo di fare. Non ci credo. So che l’opzione non si cambia a metà strada e già preparo la riga burocratica da scrivere sul registro, “gli studenti dichiarano di rimanere in aula di loro spontanea volontà”, una formula da scuola primaria.
È una quinta classe, tutti ormai maggiorenni. A giugno questi ragazzi finiranno la scuola e nessuno ha più tempo o voglia di innestare nulla di nuovo. Per un mese e mezzo non ho fatto altro che stare in loro compagnia, ogni giorno con lo stesso sguardo. Non ho dato note disciplinari, il giorno in cui accadrà cambierò mestiere. Li ho trattati con il rispetto dovuto, la cosa meno rivoluzionaria e più rara che si possa fare con un giovane.
Non ci guadagnano nulla. Il credito formativo in più a fine anno non cambierà la loro vita né la media dei voti, e lo sanno. Non c’è calcolo nella scelta, ed è per questo che mi ha toccato. Nel vangelo di Giovanni i primi due discepoli chiedono a Gesù dove abita. Lui non risponde con una spiegazione ma con un invito, «Venite e vedrete». Andarono, videro dove dimorava «e quel giorno rimasero con lui» (Gv 1,39). Nessun contratto e nessuna promessa. Sono rimasti perché, vedendo, hanno capito che valeva la pena.
Ci sono canzoni che raccontano il restare meglio di qualsiasi catechesi. “Stand by Me” di Ben E. King (1961) nasce dalla tradizione gospel, da un inno del primo Novecento ispirato al salmo 46, quello che dice di non temere nemmeno se trema la terra e i monti cadono in mare. Chi canta chiede soltanto una presenza accanto a sé, senza chiedere che il mondo si aggiusti. È ciò che i miei ragazzi hanno fatto, a modo loro, dalla parte opposta della cattedra.
Non dico che abbiano visto Dio. So solo che ogni tanto, quando non te lo aspetti, qualcuno decide di restare con te, e per un professore è la cosa più vicina a una benedizione.