Esco da scuola con la testa già altrove, quando una collega coordinatrice mi ferma sul marciapiede. Ha l’aria di chi ci pensa da tutta la mattina. Mi parla di uno studente che sta attraversando un periodo duro, colleziona brutti voti, mentre gli altri anni era un ottimo allievo. Ora è sempre più isolato dalla classe. Mi dice che non sa più da che parte prenderlo e mi chiede un aiuto. Le rispondo che con quel ragazzo il rapporto è buono e che il merito va quasi tutto alle sue magliette.
Indossa sempre magliette di band rock. Io le colleziono, e per un collezionista riconoscere un logo musicale sbiadito sul petto di un adolescente è come ricevere un invito a cena. Basta un «bella quella» e si parte, tra l’anno del tour, il disco che non piace a nessuno e il concerto che lui non ha visto e io sì. Nessun protocollo, nessuna pedagogia, solo un gancio. Con la religione, invece, niente da fare. Ha scelto di non avvalersi, e quella scelta va rispettata fino in fondo, senza trattarla come una porta da scardinare. Continuerò a parlargli di musica. Se un giorno servirà altro, lo capirà lui prima di me.
Mentre le dico queste cose, la collega si scioglie. Il viso si distende, e capisco che era sollevata prima di tutto per il ragazzo. Tiene ai suoi studenti più di quanto lasci intendere, e si sente da come li nomina, con la cura che si riserva alle persone fragili. Non cercava qualcuno a cui girare un problema. Cercava un alleato, uno che guardasse quel giovane con lo stesso affetto.
Il professore sacerdote, agli occhi dei colleghi, ha spesso questo compito discreto. Non ha un potere speciale, e qualche volta fa persino sorridere, con quei vestiti monocromatici un po’ fuori moda. Ha però un quid in più, che è un tempo diverso, sottratto al voto, e che gli permette di stare accanto ai ragazzi senza dover ottenere nulla. È una delle cose che mi fanno amare questo lavoro, più di quanto sappia dire a chi me lo chiede.
Nel vangelo di Luca, sulla strada di Emmaus, Gesù non comincia con una dottrina. Si affianca a due uomini delusi e chiede di che cosa stiano parlando. Ascolta, e solo dopo, molto dopo, spezza il pane. Il metodo è questo, e non ammette scorciatoie (Lc 24, 13-53).
In Almost Famous di Cameron Crowe (2000) c’è un critico musicale che di scorciatoie se ne intende. Lester Bangs, interpretato dal compianto Philip Seymour Hoffman, è un cinico di professione, uno che smonta le rockstar e diffida di chiunque voglia essere amato. Eppure, quando il protagonista del film, il giovane giornalista William, lo chiama a notte fonda perché in difficoltà, gli risponde con la frase più generosa del film e una definizione di ricchezza: «La sola vera moneta, in un mondo in bancarotta, è ciò che si condivide con qualcun altro proprio quando non si è alla moda.»
Un prete che colleziona magliette di gruppi rock (non le indossa se non in spiaggia al mare) è, per definizione, fuori moda e forse inopportuno. Lo è per i ragazzi, che mi guardano con sospetto finché non scoprono che conosco quel disco, e lo è a volte anche per gli adulti, che non sanno bene dove collocarmi. Ma è in quella zona poco elegante, fuori moda, che passa la vita, quella vera. Il mondo scolastico tratta spesso la simpatia e il consenso come il guadagno più importante, e c’è chi insegna per essere apprezzato, chi per essere temuto, chi per il posto fisso. Io cerco di abitare la comunità scolastica, come Lester, con la luce accesa, nel caso qualcuno debba chiamare nel cuore della sua “notte oscura”.
Domani, quando incrocerò quel ragazzo in corridoio, guarderò la maglietta prima del viso, lo ammetto. Poi alzerò gli occhi.