GIORNO 42

Ci sarà sempre qualcuno che dà i voti a qualcun altro. Succede a scuola, succede sui giornali. Ad esempio, i critici musicali, letterari, televisivi e cinematografici. Non li ho mai amati, con due eccezioni, il giornalista David Fricke di Rolling Stone e Aldo Grasso, critico televisivo del Corriere della Sera. Il resto della categoria mi è sempre stato stretto, anche quando quella categoria la usavo per qualificare il mio lavoro di giornalista per l’Osservatore Romano e Radio Vaticana. Sting, del resto, la pensava come me, e li ha mandati all’inferno senza troppi complimenti. In “Saint Augustine in Hell” descrive un girone affollatissimo, dove sono finiti giudici e santi mancati, cardinali, arcivescovi, avvocati, ragionieri. E in mezzo a loro i critici musicali.

Hanno una posa da rockstar, e sono più vanitosi delle rockstar, il che è un’impresa. Ascoltano dischi che noi non immaginiamo nemmeno, e te lo fanno sapere. Lo scrivono con il tono di chi custodisce un segreto, mentre sanno benissimo che il giornale cartaceo su cui scrivono, il giorno dopo, servirà a lavare i vetri di casa. Che fatica, essere eterni per ventiquattr’ore.

Ma la cosa che mi ha sempre infastidito di più è un’altra. Nessuno glielo ha chiesto. Nessuno si è alzato per dire “dimmi tu cosa devo ascoltare, dimmi quanto vale questa canzone”. Eppure eccoli, a insegnare. E allora mi chiedo che differenza ci sia tra un critico e un educatore, perché anche l’educatore rischia di cadere nello stesso vizio, quello di dare risposte prima ancora che qualcuno abbia fatto una domanda.

I ragazzi me lo ricordano ogni mattina. Nessuno di loro segue ciò che gli viene indicato dalla cattedra, né con un voto né con un consiglio gentile. Seguono ciò che accende un desiderio, ciò che li emoziona, anche quando è una cosa che io non avrei scelto. Un insegnamento, come una canzone, entra quando decidono loro, per caso, per un bisogno che nessuno ha stabilito al posto loro. E a noi, il più delle volte, tocca soltanto non metterci in mezzo.

“No Surrender” di Bruce Springsteen racconta di ragazzi che da un disco di tre minuti hanno imparato più che dai banchi di scuola. Vera e terribile: «Ce ne siamo andati dalla classe / Dovevamo allontanarci da quei folli / Abbiamo imparato più da un disco di tre minuti / Che da tutto quello che abbiamo appreso a scuola». C’era un giradischi e un desiderio. Se la scuola riesce a somigliare a quel giradischi, una volta ogni tanto, ha già fatto più di mille lezioni.

Forse è questo che dovremmo chiederci, noi che stiamo davanti a una classe. Siamo quelli che danno il voto, che consigliano cosa ascoltare, o quelli che lasciano il giradischi acceso?

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