Da Ulisse al figlio prodigo: perché Travis Scott è la sorpresa del film di Nolan

Christopher Nolan porta sul grande schermo Odissea (The Odyssey) e, accanto a Matt Damon nei panni di Ulisse, sceglie Travis Scott, una delle figure più note e controverse della trap contemporanea. Non è soltanto l’autore del brano che accompagna i titoli di coda. Compare fin dalle prime scene del film. Sale su un tavolo nella reggia di Itaca, davanti ai Proci che da anni occupano il palazzo aspettando di sposare Penelope, e intona il Canto di Ulisse. Ogni verso è accompagnato dal colpo secco di un bastone sul tavolo, fino al racconto dell’inganno del cavallo di Troia. Penelope, ormai esasperata dall’ennesimo racconto delle imprese del marito, lo interrompe. Più avanti Scott torna in scena per pochi istanti, riprendendo lo stesso gesto e lo stesso ritmo, come se quel canto chiudesse il cerchio aperto all’inizio.

Per chi conosce Travis Scott soprattutto attraverso i grandi festival o le classifiche, sentirlo dare voce ai versi di Omero sorprende. Nolan mette accanto due mondi che sembrano incompatibili e invece condividono molto più di quanto appaia. La poesia orale dell’antica Grecia e il rap vivono entrambe della parola ritmata, della memoria e dell’interpretazione. Scott conserva il suo linguaggio fatto di immagini spezzate, inquietudine e tensione, ma lo orienta verso una domanda che attraversa tutta l’Odissea: che cosa significa davvero tornare a casa?

È la stessa domanda che attraversa When I’m Home, il brano conclusivo scritto con Ludwig Göransson e James Blake. Il testo non procede come un racconto lineare. Accumula immagini che ritornano, si rincorrono, sembrano girare su se stesse. C’è uno strumento che non riesce più a lasciare un segno, un rumore insistente che continua a perforare il silenzio. Sono immagini di una fatica interiore, di un cambiamento che non arriva mai una volta per tutte. In mezzo emerge la voce di chi cammina da troppo tempo lontano dalla propria riva, cerca una guida e comprende che ciò che possiede non gli basta più.

Prego Dio chiedendogli di guidarmi

Questi ferri del mestiere che maneggio

non sono affatto affilati

When I’m Home

Nel dodicesimo canto dell’Odissea Ulisse si fa legare all’albero della nave per resistere al canto delle Sirene. Travis Scott immagina quasi il contrario. Il protagonista della canzone desidera quella voce, la aspetta, spera perfino di sentirla. Ciò che nel poema rappresenta il pericolo diventa il segno di una possibilità, qualcosa che può ancora orientare il cammino.

La risposta arriva attraverso la voce di James Blake. Non ci sono rimproveri né richieste di giustificazione. C’è soltanto un invito ad andare avanti, con la promessa che molte cose si comprenderanno soltanto una volta tornati a casa. Il ritornello continua a ripetere questa intuizione, lasciando ogni risposta in sospeso fino al ritorno.

La canzone non richiama direttamente la Bibbia, ma alcune immagini evocano inevitabilmente la sua prospettiva. L’Ulisse di Omero riconquista la propria casa grazie all’astuzia e alla forza. Il protagonista di When I’m Home, invece, arriva a chiedere aiuto. È un passaggio che ricorda i Salmi, dove l’uomo smarrito domanda a Dio di mostrargli la strada, ma richiama anche san Paolo apostolo quando afferma che la forza si manifesta proprio nella debolezza (2 Cor 12,10).

Lo stesso accade nella parabola del figlio prodigo (Luca 15,11-32). Anche lui lascia la casa inseguendo una libertà che si rivela un’illusione. Il ritorno, però, non nasce da un’impresa eroica. Comincia quando ritrova se stesso e scopre che il padre non ha mai smesso di aspettarlo. Lo vede da lontano, gli corre incontro e lo abbraccia, interrompendo perfino le parole che il figlio aveva preparato. Nei vangeli la casa non si conquista. La si ritrova perché qualcuno continua ad abitarla nell’attesa.

È questa la suggestione che resta anche dopo aver ascoltato la voce di James Blake. Prima di ogni spiegazione viene l’accoglienza. Prima del giudizio c’è la possibilità di essere ricevuti.

Emmanuel Lévinas, nella prefazione a Totalità e infinito (1961), contrappone il mito di Ulisse alla figura biblica di Abramo. Ulisse torna sempre a Itaca, ricondotto al punto da cui era partito. Abramo, invece, lascia la propria terra senza conoscere la meta e senza fare ritorno. Per il filosofo francese è l’immagine di due modi opposti di intendere l’esistenza. Il primo riconduce tutto a sé, il secondo si apre all’Altro e all’inatteso.

La presenza di Travis Scott nel film di Nolan finisce così per assumere un significato che supera la semplice scelta di casting: When I’m Home mette in dialogo la trap con una delle domande fondamentali della cultura occidentale e suggerisce che il ritorno non coincide soltanto con la conclusione di un viaggio. Diventa il momento in cui qualcuno ci aspetta. Sullo sfondo affiorano anche le parole di san Paolo, quando scrive che oggi vediamo «come in uno specchio, in maniera confusa», mentre un giorno vedremo «faccia a faccia» (1 Cor 13,12). Forse è proprio questa l’immagine che rimane alla fine del film. L’uomo può attraversare il mare contando sulle proprie capacità, ma nessuno torna davvero a casa se dall’altra parte non c’è qualcuno ad attenderlo.

James Blake, Travis Scott, Ludwig Göransson – When I’m Home (Official Video)

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